Fabrizio Bregoli per «Sillabario ostinato» di Paolo Bonfiglio
Sillabario ostinato
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| autori: | Paolo Bonfiglio |
| formato: | Libro |
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Fabrizio Bregoli per «Sillabario ostinato» di Paolo Bonfiglio (30.10.26)
Sillabario ostinato (La Vita Felice, 2026), ultimo lavoro di Paolo Bonfiglio, con l'autorevole prefazione di Roberto Mussapi, è appunto una raccolta poetica di oltranza, corposa e complessa, il cui filo conduttore è bene riassunto dai versi: "[...] l'epica ordinaria di ogni giorno, / è l'epica moderna maledetta / della nostra così impervia libertà." Non esente da un certo virtuosismo stilistico, adeguatamente moderato da un'insopprimibile vena ironica, la struttura spesso ampia del verso, sciolto da definiti vincoli metrici, insegue una propria concezione personalissima di canto, ricco di contrappunti e contrasti, con una ricerca di musicalità a cui contribuiscono insistenti assonanze, consonanze e rime per lo più al mezzo e richiami interni allo stesso. Tale scelta stilistica pare ben riassunta dai versi: "Sfiammarle occorreva le parole, / toglierle dal loro piedistallo. / E ogni giorno invece è caccia / al dono frastico, boria di ghirlanda: / quattro sillabe magari / senza il ritmo / di una campana lontana lenta [...]" , ossia da un lato il ricorso a un lessico ordinario e concretissimo, dall'altro la riemersione di un certo gusto barocco per il preziosismo, la complessità espressiva, il gioco di parole, l'ammiccamento al lettore colto. Come rileva bene Mussapi, il libro, composto di due sezioni ben distinte, giunge a unità grazie a questa comune ricerca lessicale e stilistico-formale, perseguita con convinzione. Se nella prima parte - "Un po' di niente" - a prevalere è la nota elegiaca, il ricordo sofferto di quanto ci ha lasciato, siano esse le persone care o le aspirazioni di una vita rivelatasi altra dalle proprie attese, nella seconda parte - "Sentimentale" - domina un tono più leggero, a tratti paradossalmente farsesco, a capovolgimento del codice della poesia cortese: il canzoniere (anomalo) che vi viene tessuto mescola sapidità priva di edulcorazioni alla Aretino con leggerezza forbita alla Metastasio, con un registro comico-giocoso (nel senso nobile del termine) che smorza quella amarezza di fondo che pure resta il basso continuo della raccolta. Bonfiglio sceglie di non rinunciare al canto (titolo anche della poesia finale), ma ne realizza uno ostinatamente dissonante, franto, da sillabare appunto verso a verso, con l'ironia tagliente di chi ha superato ogni incanto e disillusione, capace di combinare la vena malinconica con la voce comicamente sprezzante, fino allo sberleffo, che non è mai liberatorio, ma che raggela. Comico e tragico si fondono senza soluzione di continuità, come facce della stessa moneta, di un'esistenza che "batte moneta dura e spesso falsa". E Bonfiglio se ne fa testimone, corre il rischio di tradurla in versi.














