Gabriella Musetti per «Paesaggi della settima decade» di Maria Attanasio
Paesaggi della settima decade
|
|
| autori: | Maria Attanasio |
| formato: | Libro |
| prezzo: | |
| vai alla scheda » | |
“Paesaggi della settima decade”, tre volumi di versi in uno, in cui Maria Attanasio è sentinella della memoria ma non trascura l’imbarbarimento emerso ovunque nella contemporaneità. Lo sguardo è lucido, senza giudizio improvviso, ma la pacatezza fa percepire l’angoscia. Resta la sua concezione terragna di vitalità culturale del paesaggio siciliano e classico, la metamorfosi continua di forme animali, vegetali e minerali nello sconvolgimento sismico della natura
di Gabriella Musetti
L’ultimo libro di poesia di Maria Attanasio, Paesaggi della settima decade, uscito nel 2025 per La Vita Felice, è un libro importante. Raccoglie tre volumi, due già editi: Interni (1979), Nero Barocco Nero (1984) e Paesaggi della settima decade, l’ultima produzione ora edita, elaborata nel 2020-21, che viene a chiudere, in un certo modo, un percorso iniziato anni prima, spostando lo sguardo su una soglia del tutto contemporanea, a partire dall’esergo di Shoshana Zuboff, filosofa e sociologa che indaga il capitalismo della sorveglianza, capace di soffocare le nostre sensibilità e attitudini e indurre comportamenti acritici, condizionabili, asserviti al potere. Proprio da quest’ultima parte desidero iniziare la mia osservazione.
Lo scenario è devastante perché mette in sospetto le stesse qualità umane della com-prensione, rilanciando un tempo di manipolazioni e persuasioni in cui il dettaglio percepito, mostrato nella nudità asettica della immagine ricorrente, separa la ricezione dai contenuti sensibili e dalle memorie condivisibili. Allora «l’albero scheggiato la scarpa / forata dai proiettili» rimangono solo vuoto sfondo di qualcosa di remoto nello spazio, che coinvolge poco chi guarda. Oppure le «scarpette di pelle lucida, a pezzettini» trovate tra i cespugli non portano all’uomo di cui «non se ne seppe più niente».
Sono quasi tutte figure femminili le protagoniste ingiuriate in diverse maniere, in questi micro racconti in versi, dalla disumana altrui ferocia. La stessa atmosfera cupa del lockdown in cui sono stati scritti fa da cornice appropriata, per molti aspetti, alle forme più accanite di imbarbarimento emerse ovunque nella recente contemporaneità, una connessione ancora da esplorare compiutamente. E la settima decade, in cui l’autrice è entrata per dati anagrafici, si apre a una sorta di attivazione della memoria a lungo raggio e di congedo, ma anche di scrupolosa osservazione del mondo presente, con lucido sguardo, senza giudizio improvviso. Una pacatezza del dettato che tuttavia fa percepire il dolore sotteso e l’angoscia causata dall’incredulità per i repentini peggioramenti di vita generalizzati del presente. Sentinella del tempo, l’autrice sa tornare indietro alle forme più remote della propria vita recuperandone perfino il linguaggio dialettale, nella breve sezione Lessico familiare in lingua persa, una serie di cinque componimenti sulla sua vita bambina, i genitori, la voce cantante della madre, la povertà, il buio e il vento, l’ossessione per i nomi che prelude all’interesse per la conoscenza e la scrittura. L’ultima poesia della raccolta, Perdonami, Signora Poesia è un commiato in forma di lettera aperta, una manifestazione di gratitudine verso la poesia, per averla accompagnata nella vita e averle dato occhi per vedere: «un barcone / allo sbando (fiction alla televisione) / come se questo mondo fosse / fazzoletto d’addio: / splendente giallo dell’acetosella / contagio di dolore». Sempre nella doppia lettura di realtà – finzione, o temi universali – vita minuta, due livelli di osservazione ben presenti allo sguardo poetico di Attanasio.
Sono già noti i due volumi precedenti, contenuti nella raccolta multipla. Interni, aperto dal famoso esergo di Genette «Il luogo della verità è la menzogna», propone una serie di luoghi intimi di vita privata e comune, paesaggi consueti pieni di oggetti, stoviglie da rigovernare, liquidi che si mescolano, umori che travalicano lo spazio chiuso di una stanza per allargarsi alla dimensione pubblica, politica, di lotta sociale collettiva. Anche l’identità si sdoppia e si moltiplica in un gioco di assenze e di presenze, di scontri dileggianti con l’alterità medesima, e sempre il corpo assume un ruolo di primo piano, fonte di espressività non celata: «l’altra / s’industria a farmi le boccacce / a miau e bau / di colpo / un soliloquio di carie minacciosa / la gonna s’alza a risposta / ostenta la cosa tra le gambe / a un’iride / d’improvviso beffarda puntinata».
La forza animale del corpo induce anche a sogni, come «accarezzarsi piano dal di dentro», in una concezione terragna di vitalità culturale propria del paesaggio siciliano e classico, nella metamorfosi continua di forme animali, vegetali e minerali nello sconvolgimento sismico della natura. La ricerca di un centro a partire da un piccolo indizio, una fessura, è una traccia feconda in questo volume, e prende luogo in una serie di immagini, sogni, miti, ricordi, narrazioni infantili, una ricerca ossessiva che erode perfino i confini della realtà, diviene un viaggio che travalica gli spazi del qui e ora fino alla città fuori, le strade, il mondo «in un riquadro traslucido di giorno / la vita altra il diochenonesiste».
La raccolta Nero Barocco Nero si apre nel segno di Empedocle di Agrigento, è una esplorazione tra organico e inorganico, gli elementi primi, le forme geometriche elementari, l’origine. Ancora una ricerca del profondo oscuro della vita in cui l’autrice sente il bisogno di indicare sommessamente, con precipuo posizionamento autoriale femminile, dove e quando ciò accade: «Le poesie le scrivo in cucina / d’inverno tra terrorismo dissenso / la crisi afgana. / L’altura evaporata / in nebbia la casa / diretta verso l’ultima fermata. / Le pignatte ancora sui fornelli / il pendolo ipnotico / tra scrittura e puzzo di bruciato». L’altura è il fuori, la città, una serie di immagini reali e simboliche che si stagliano contro un orizzonte indefinito, opaco, melmoso come questo tempo infido di confusioni e alienazioni che abbuiano la vista. Questo doppio binario del “dentro” e del “fuori” accompagna la scrittura di Attanasio nelle sue raccolte caratterizzando uno sguardo plurifocale, capace di rendere i temi profondi e i contesti, marcandoli e rilevandone la possibile congiunzione o, spesso, l’alterità. Così la radiografia del microcosmo della città, con il numero degli abitanti, degli emigrati, della configurazione del sito urbano, del numero dei lavoratori, della situazione sociale diviene un impellente esercizio di analisi, in cui tuttavia non tornano i conti per qualcosa di anarchico, non ordinato, che resta al fondo. Come il Barocco che tortuosamente segna e imbriglia il paesaggio.
In questo ultimo volume Attanasio si immerge in un rapporto forte e complesso con la natura selvatica e metamorfica dell’isola descritta, cantata, interpretata nella molteplicità dei modi d’amore, sebbene a volte siano fonti di dolore. La stessa violenza dirompente del sisma, la cui traccia resta indelebile nella mente di chi l’ha vissuta, è più volte ripresa nel testo. L’autrice dissemina nelle pagine citazioni e passaggi tormentati, facendo emergere incrinature, crepe, spaccature nel tessuto storico e umano della memoria, che possono suggerire collegamenti con la nostra attualità. La presenza avvertita della morte come possibilità sempre incombente e la memoria di giudizi inquisitori remoti incalzano la scrittura sollecitando connessioni con le atrocità del mondo contemporaneo, come «il rogo del somalo cosparso di benzina», oppure l’immagine della bambina «scalza a sette anni, / in fuga da Kabul, il campo di profughi, / l’agguato oltre l’orlo dello zero». Maria Attanasio in quest’ultima opera in versi si conferma autrice di grande spessore e profondità.














