Laura Cantelmo per Quito Chiantia con «Torni ritmici, pause libere»
Toni ritmici, pause libere
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| autori: | Quito Chiantia |
| formato: | Libro |
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Quito Chiantia, Toni ritmici, pause libere, La Vita felice, Milano 2025. Pag.65
€ 12,00
Nel tempo in cui le persone si ammalano nella mente e nell’anima, i loro gesti impazziscono, i loro corpi reagiscono brutalmente non solo a causa di eventi personali, ma di modelli perversi offerti dall’alto, un libro di poesia sotto forma di diagnosi mediche si addice in modo appropriato, benché irrituale, allo spirito del tempo, alla “malattia dell’epoca”. Pur non idealizzando la realtà rappresentata, in una fase di crisi del nostro Sistema Sanitario, l’atmosfera che in questa silloge si respira ha una leggerezza che potrebbe suonare irreale o stonata. Qui l’autore, Quito Chiantia, “sociatra”, come ironicamente ama definirsi lui stesso, operando quotidianamente all’interno di un Centro di Cultura Socio-Sanitaria, mostra l’insolita abilità di attribuire a una prescrizione farmaceutica o a un’anamnesi medica la forma e il sapore intenso e un po’ straniante di un testo poetico.
Già nell’esergo si trova un’immagine rivelatrice che anticipa la trasfigurazione di quel luogo di inquietudine e di dolore in un piccolo limbo di speranza: “Qui la luce è più luce e l’aria profuma di bucato.”
Di importanza determinante un testo, da cui traspaiono il significato e il vissuto di una professione che, facendo rete e unendo le forze, affronta la malattia come disagio prodotto da un malessere endogeno di origine sociale, oppure da uno stato di malinconia neurotica, dove la poesia si trova in una posizione ambigua, ma non del tutto inappropriata:
Amico mio, tu mi dici che il Poeta è un Medico
che cura con le parole giuste, ricercate, mai banali.
Ti rispondo che il Poeta è stato prima un paziente
e si è arricchito di travagli,
amori sbagliati e insoluti della vita che lo hanno forgiato.
Ma Medico e Poeta hanno ricettari diversi
che tendono all’unisono.
Insieme parlano il dialetto dei forse e dei potrebbe,
sfogliando curiosi i petali dei libri.
In comunione di estremi e stagioni ragionano in silenzio
scambiandosi alla soglia della notte i colori della luna.
E solo loro sanno cogliere le cicatrici
come rose profumate d’inverno.
Non è difficile conoscere medici e ricercatori scientifici mossi da una passione profonda e mai soltanto ludica per la scrittura poetica e non dimentichiamo che psichiatria e psicoanalisi annoverano indimenticabili sostenitori della poesia, come il Prof. Eugenio Borgna, che ci ha lasciato parole e studi illuminanti sulla connessione tra malinconia e creatività poetica (E.B., Malinconia, Feltrinelli 2005). Intesa principalmente come disvelamento dell’Es ed essendo legata da un profondo intreccio con l’attività onirica, la poesia si trova qui in bilico con la razionalità della scienza, nel suo ruolo di indagine dei misteri del corpo e della mente, con ferite e cicatrici dolenti che li segnano “come rose profumate”. Da qui essa trae ispirazione, coltivando il sogno della guarigione.
Da lunga data cultore di poesia, l’autore svolge il proprio lavoro nella periferia milanese con lo sguardo del poeta, in una piccola realtà che gli apre una visione inconsueta di quell’angolo di terra che potrebbe apparire insignificante o poco attrattivo: “[…] una finestrella di cielo posta tra i ciliegi e il canto del merlo in amore”. La sofferenza e l’arcano che non di rado avvolgono la malattia, affrontati con passione ed empatia, nonostante l’immancabile fatica, alimentano il sogno di accompagnare l’Altro a un possibile risanamento, a un’apertura alla speranza. Un intreccio di ricerca scientifica e di umanità non sempre scontato, specie in questi tempi oscuri.
L’impronta di quell’inusitato scambio trapela anche dalla prefazione di Silvio Garattini, noto scienziato, fondatore dell’Istituto di ricerca farmacologica “Mario Negri”, il quale riconosce in questi testi “un libro di medicina”.
La silloge sembra rappresentare in modo plastico il rifiuto della dilagante azione della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, di una medicalizzazione forzata che tende a seguire l’aspetto farmacologico ignorando quello psicologico, pulsioni e desideri: “Per il suo mal di schiena/ metta i tacchi a spillo il sabato sera. […] Trigliceridi e colesterolo? / Una fetta di salame come merenda tra due pasti ricchi/ di verdura e legumi.” (p.13). Il divario che si crea in presenza, tra l’intervento umano, con un corpo, una mente e una voce autentici e la gelida risonanza di uno mezzo tecnologico, con i suoi stridenti accenti metallici. si manifesta, osiamo dire, in tutta la sua assurdità e inadeguatezza.
L’alternarsi di quadretti della vita ambulatoriale narrati spesso in chiave ironica, con improvvisi sconfinamenti nella lingua poetica, rappresenta la cifra di questi testi ibridi, nei quali la natura irrompe nell’ambulatorio celebrando i suoi ritmi e, sbocciando fuori dalle finestre, nell’inno alla primavera con il salubre profumo dei tigli, che “colmava lo studio di dolce e salmastro. / Quella nube di miele era quasi in grado di sciogliere/ ogni tensione muscolare. / Effluvi balsamici che tutti respiravano felici.” (p.18) L’inevitabile discorso di vita e di morte -di Eros e Thanatos- sfocia in una catarsi offerta dall’esplosione della rinascita della natura: “L’acqua del disgelo scorreva lenta/ nei freschi bulbi del giacinto/ e sui petali delle prime violette: Forse un acufene,/ ma l’aria ne godeva. / A breve le gonne sarebbero sbocciate. […] Vieni. succhiamo dalla terra la sostanza, / guarda cosa mi è uscito dalla penna, / prendiamoci queste due capriole prima di coricarci felici.” (p.20) Il mistero della poesia e la semantica delle parole permettono plurime interpretazioni dei versi, che suonano come celebrazione non solipsistica della vita all’interno di una comunità che interroga fiduciosa il medico e il sociologo sulla propria sofferenza, sotto la quale si cela la “malattia dell’epoca”.
Basterebbe leggere questo breve componimento per addentrarsi nei meandri di alcuni disturbi: “Il mutuo della casa/dava dolore alle sue spalle. / Era giovane e fresca, una trota con il guscio. / Calibrava il passo in una scia di stelle. /Non era spaventata dalla morte. /Le piaceva stare in umido, come in vita, come oltre. / Aveva studiato medicina cinese.” (p.63)
Il lavoro quotidiano del Centro si giova della condivisione in felice sintonia di due operatori che si sentono affratellati, per affetto ed una consuetudine risalente agli anni verdi, tanto che l’equilibrio quotidiano si altera visibilmente nel momento in cui uno dei due manca:” Mi è bastato entrare…/Penne che gocciolavano inchiostro, / sfigmomanometro con la pressione bassa,/ […] Ho capito subito che oggi non eri passato dallo studio.” (p.57). Particolari che danno la misura di uno scambio e di una dimensione umana preservata nel tempo, che si irradia in tutte le attività. E il ritrovarsi, dopo epoche trascorse separatamente nei percorsi dell’esistenza, dà la stura ai ricordi degli anni della formazione trascorsi a scuola, delle gite scolastiche al tempo dei primi ardori adolescenziali, delle prime confidenze intime che hanno cementato il rapporto:” Via Mascagni è la nostra Via Pal./ La felicità ha i calzoni corti.” (p.33).
Il verso imprime una cadenza musicale dettata principalmente da endecasillabi e alessandrini, pur non sembrando francamente indispensabile, in questo caso, addentrarsi in rigorose analisi estetiche - “toni ritmici, pause libere “recita il titolo, quasi a frenare il critico zelante. Ma è “l’occhio del poeta” che allevia la pesantezza dei giorni e della vita. E certamente non sarà privo di senso e di soddisfazione il sapere che esistono medici: “Quelli che si travestono da uomini/ che praticano la filosofia della medicina. / […] A quelli come Lui, che a volte è una Lei, per un Noi, / il cuore batte cinquecentomila volte al giorno a toni ritmici e pause libere.” (p.27)
Una realtà vissuta con tale spirito e con tanta dedizione, a noi, infelici pazienti alla ricerca del medico che non c’è, appare quasi soprannaturale. Un’ Utopia che la poesia arricchisce e colora di sfumature oniriche e di risvolti teneri e indimenticabili.
Laura Cantelmo
Aprile 2026














