Marco Onofrio per Guido Tracanna con «Lettere da quarantena»
Lettere da quarantena
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| autori: | Guido Tracanna |
| formato: | Libro |
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Marco Onofrio per Guido Tracanna con «Lettere da quarantena»
Gustando le sue importanti Lettere da quarantena (La Vita Felice, 2024, pp. 52, Euro 12), ho subito capito che Guido Tracanna è un poeta robusto e ispido, che conosce e domina il sapore delle parole per usarle in modo contrastivo, dissonante, originale. Come il “salmone selvatico” egli sente che può riconoscersi in un “branco raro” mentre “nuota controcorrente”: intraprendere e perseguire questa direzione ostinata e contraria gli consente di leggere nelle onde “la lirica potente” della vita, della presenza, della natura. Difatti ama il silenzio, “non la bolgia”: il silenzio e “ciò che porta” in termini di nutrimento, significato, complessità. La scrittura raccoglie in questo libro i portati e i frantumi di uno scontro permanente: il mondo sbatte contro la mente e crea – anche attraverso la memoria, che ritorna involontaria e talvolta importuna – un “eco non atteso” in cui appunto dimora la radice e la cifra stilistica della poesia tracanniana: ecco le rime sorprendenti, le immagini a schiaffo, i salti ellittici, lo sviluppo impredicibile delle sue “fini trame”. Lo scontro è sostanzialmente tra sogni e ideali, da una parte, e dall’altra la realtà, che fa resistenza con la sua attitudine entropica. Come i migranti disperati a Lampedusa: “contro ogni onda / tremenda sogna / un’altra vita”.
La visione di Tracanna è crudamente realistica poiché tesa alla scarnificazione delle false verità: la sua poesia, di conseguenza, non è consolatoria o complice nel senso del consenso, dell’adesione implicita allo status quo, ma anzi critica e demistificante, poiché – pur disillusa – non sa abdicare alla tentazione mai sopita di cambiare le cose: “tornano voglie / sotto mutate spoglie / auspichi / le rivolte / rinascano” oltre la “filigrana oscura” della vita distillata in esperienza. Ci sono “brividi e istinti” e “vividi tormenti” di fuochi “mai spenti”; ma gli astratti furori dell’uomo in rivolta devono scontrarsi con un mondo totalmente prosaico e desacralizzato, dove impera la pornocrazia dell’ignoranza: un “mondo punto net / mondo di tanga, poser e còbret”, chiosa Tracanna con efficace sintesi (il poser è chi finge appartenenza a un gruppo per conformismo; il còbret è un tipo di droga derivata dall’eroina). E dunque, la verità? Sta “in bocca a santi / poeti folli / bimbi ribelli” prima d’essere educati: chi è “nel” mondo ma non “del” mondo, chi non segue la massa cieca, chi non si adegua alla maggioranza sottomessa e silenziosa. Ecco la firma oppositiva del dissenso “sulla serranda / di un mercante lurido / Denari 30” come Giuda, scritta con il pennarello indelebile e reiterata, ribadita con forza (“metto ancora la mia firma”) come a dire io ci sono, non ci sto e non mollo, né posso rimanere indifferente. Ci sarebbe ancora la possibilità di un mondo bello e vivibile? Forse, ma intanto “la vita è questa / tutta in questa piazza / chi la intona, chi starnazza / chi la corteggia, chi la spaccia”. È la piazza-affari dove homo homini lupus perché ognuno è contro tutti per difendere il suo particulare. È l’aiuola che ci fa feroci per egoismo estremo, mai come oggi, tanto che il poeta si augura una palingenesi decisiva, qualcosa che “falci l’erba marcia / che minaccia / la spiga futura”. Il mondo contemporaneo è come un albergo dove si aggirano “nomadi / privi di radici”: “tutti identici i corridoi” e uguali le serrature, luci di cristalli penduli e “cieli fasulli”, “magica orgia di specchi” e “porte girevoli” per sgattaiolare dalle responsabilità. Questo albergo è anche un casinò dove troppe persone giocano “il joker a carte” e dove a vincere sono quasi sempre i furbi, gli inaffidabili, gli opportunisti. C’è in azione un “veleno strisciante” in dosi omeopatiche quotidiane: il paradiso è definitivamente perduto. Un mondo dominato dalla finzione e dagli interessi privati, troppo spesso incompatibili con il bene comune: “Le Company non pagano mai i danni”; “I Mercati sono manipoli / monopoli / non sono anonimi / i banchieri sono anemici / hanno bisogni ematici” come appunto i vampiri, mentre la “massa fluida” dei vampirizzati “scorre / senza cieli di gloria” sui tapis roulant delle palestre e sulle scale mobili dei centri commerciali dove si paga la compensazione a tanto stillicidio. Sono potenti stilettate di poesia civile, quelle che dipingono lo scenario della società liquida e della grande dittatura democratica: “Vedo il popolo degli ossi / come un Mar dei Sargassi / e un acquitrino di popoli grassi / contrasti drastici / di miseria e smargiassi”…
Tracanna esorta a staccare le antenne dalla connessione al pensiero unico globalizzato, ad aprire la mente, a tener conto che il potere non è mai positivo o innocente: “uomini siate, / non pecore matte / che nessuno un domani / offrirà con il sorriso / l’immunità al gregge”. Qui entra senza dubbio l’ombra della pandemia da Covid-19, ravvisabile anche nella “quarantena” del titolo, che con il pretesto dell’emergenza sanitaria ha sperimentato e segnato in modalità inaudite la vessazione dei sudditi nel Nuovo Ordine mondiale, cancellando con incredibili tratti di spugna – soprattutto in Italia – parecchi diritti inalienabili, ed è un clima oppressivo che ricordiamo tutti molto bene. Memore anche di quei tristi giorni, Tracanna scrive: “checché ne dica il mondo / non trovo novità / piuttosto status quo / tra aquile alte / mille formiche operose / che fanno scorte / senza capire il senso delle cose”. Questo è, appunto, la poesia: una via maestra per capire il senso delle cose. Ed è una via che cerca la profondità: “non vuole più imporre / la routine delle medesime parole”, cioè la bolsa tiritera del dejà vu, ma vuole confrontarsi in un corpo a corpo agonistico, senza sconti o compromessi, con la realtà vera del mondo, giù giù fino all’universo originario, il “fango informe / prima della creazione”. La poesia, infatti, è qualcosa di nascente che scaturisce dal confronto con la notte: “solo di notte si scrive e si pensa: / è quasi l’alba”. E ancora: “io vedo più chiaro / solo quando fa buio”. Ecco il sottosuolo dello scenario urbano e sociale: i “ruderi romani” non sono tanto i monumenti e le sopravvivenze millenarie, ma i relitti del sistema e del consumo, le “blatte dei tombini”, il fetore dei cassonetti dell’immondizia, “la sagoma stesa dei barboni”, “l’asfalto lercio (…) puntinato di tappi fusi” e “i cocci triti / delle Peroni”. Oppure il “sottopasso” da cui, come un “occhio asciutto di vetro incastonato” il poeta – con l’oggettività fenomenologica di un obiettivo cinematografico – registra “la vita / colta sul fatto”: “cicche calpestate, spente / scontrini da 1 euro e trentacinque / carte rase / sospinte dal vento”. Anche nel “paesaggio / del barocco romano” Tracanna vede l’umano “più che il sacro”, oltre quella cornice di retorica e potere che lo fa sentire “accerchiato / dal travertino” e “costretto / stritolato / minacciato”.
Il patto del compromesso che “tiene in equilibrio / Vangelo e Stato” si fonda su un paradosso: “chi non è sottomesso” è destinato all’inferno; chi si sottomette sconta la dannazione nel corso dell’esistenza. Su tali basi si fonda la civiltà preposta a contenere la ribellione naturale delle masse: così, in pochi versi iconoclastici, Tracanna coglie e racchiude l’ingranaggio perverso della Storia, “forse il male necessario”. Ma poi il popolo passa dalla ragione al torto perché, invece di affrontare realmente i problemi, “si piange sempre addosso”. Occorre invece elaborare e ruminare un’opzione di rivolta permanente, e Tracanna la afferma con la pugnace combattività del montanaro abruzzese che tiene alta la guardia e indomito lo sguardo: “La montagna tigna / mai gettato spugna”, sicché la poesia è una “canzon di gesta” che “avanza la trama fitta della foresta”, da intendersi sia che si leva mentre la foresta del mondo e del tempo infittisce, e sia che si inoltra decisamente dentro questa trama per scioglierla e capire.
Il poeta si colloca al di fuori dell’inganno della Storia, a cui oppone scientemente un sorriso olimpico e stoico da trionfatore paradossale, quasi da superuomo, oltre le fatuità delle illusioni, delle utopie, delle ideologie. “Il sol dell’avvenire / ha lasciato le nostre vite / avvolte nelle tenebre” e le “magnifiche / e progressive sorti” hanno visto andare “storti” i loro piani: “ne abbiamo sofferto tutti” come “tanti / ‘Sebastiani’ santi / al palo trafitti / da tutte le parti”… “per questo ora giro le notti / col viso che splende / e sorriso irriverente / ridente come una dea danzante / sul cumulo di clavicole rotte / irruento scalcio la polvere / su secoli di chimere / chiassose, fini a se stesse”. Questa consapevolezza, peraltro, lo rende immune dal rischio dei giudizi affrettati e dei processi sommari. Se la poesia dipinge lo scenario dell’esistenza sino a farne un “diorama / che prende vita”, proprio in quanto guidata dall’esigenza di verità dovrà tenersi lontana, per incompatibilità etica, dal sublime. Scrive Tracanna, in quella che a tutti gli effetti è una dichiarazione di poetica: “come si può / scrivere sublime / offrire trecce / di lacrime in liriche / come se l’umido / si potesse intrecciare” … sarebbe come pensare ai programmi spaziali (Luna, Marte, ecc.) mentre sulla Terra si continua a morire di fame: “Una spianata / compatta di fauci / spalancate per fame / non pretende le lune / non gli urge allunare”, e allora la postura poetica adeguata è quella di un alieno, un astronauta terrestre che poggia “incerti / i primi piedi / davanti la gravità / del pianeta di stenti: / l’Amore in stand-by”. Difatti è tipica di questo libro una dimensione surreale e “tesa” – spesso di dramma onirico, di film visionario mentale, come reazione a uno stato di impasse – e una prospettiva da sopravvissuto che riparte daccapo, resettando tutto con nuova speranza malgrado le sconfitte.
Ho avvertito spesso tra i versi un’aria gozzaniana per quella certa ironia, appunto anti-sublime, e per la sbobinatura del quotidiano: “la vita / in una storia minuta”. Ma c’è pure qualcosa di Giorgio Caproni per gli accenni litanici e per il controllo apparentemente facile del gioco linguistico, e di Montale per la densità esistenziale e metaforica. Nel retroterra si percepisce anche la lezione dei poeti americani, da Whitman a Ferlinghetti, da Frost a John Fante. La lingua poetica di Tracanna è mossa, materica, direi plastica, dipinta e scolpita tra vertici e abissi, con una capacità assai sapiente – di sapore dantesco – nel combinare i suoni, che si avverte benissimo ad esempio in questo tratto: “da colline prossime / o da lontani Orienti / i peli di bestie / le bocche bollenti / fumano tondi / nuvole, bolle”.
Guido Tracanna è un poeta che cerca la verità “a passi lenti”, con tenacia e pazienza esemplari; spesso riesce a trovarla, nel riflesso lampeggiante dei versi, non solo per l’onestà sincera da cui è animato, ma perché scrive come dinanzi a un rischio supremo, in pericolo di vita, così da poter ritenere, alla fine del libro, di aver speso bene, in faccia alla morte, le sue “ultime parole / sul senso ultimo / delle cose”.














