Su Rinaldo Caddeo, di Marco Ercolani
Dialogo con l'ombra
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| autori: | Rinaldo Caddeo |
| formato: | Libro |
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“La nostra piccola vita è circondata di sonno”. Su Rinaldo Caddeo, di Marco Ercolani.
articolo su lenatureindivisibili.it
Rinaldo Caddeo ha lasciato questa terra. Conoscendo sia l’autore che la sua opera, immaginiamo con quale sarcastico sorriso. Nella sua ultima prova, Le giornate e la notte di un pensionato (Babbomorto, 2025), scrive: «La cenere ricopre la polvere che ricopre la cenere che ricopre le rovine». Dopo questa frase, si potrebbe ancora aggiungere qualcosa?
Per evocare la sua prosa onirica, ricordiamo i brevi testi narrativi raccolti nel suo penultimo libro L’incendio (Puntoacapo, 2021): esatti resoconti di minime apocalissi. Non esiste un io narrante: esiste un noi collettivo. Si tratta, come è consuetudine di Caddeo, di racconti che rientrano nell’area del “fantastico”. Potremmo citare, fra i suoi precursori, James Ballard, che sovvertendo il quotidiano ne ricava perturbanti metamorfosi. Ma l’autore, con una strategia narrativa “poetica”, non narra storie. Dipana, addensa, svolge, riavvolge sequenze narrative, una simile all’altra, dove non affiora la psicologia ma domina l’imminenza di disastri, naturali o interiori. Ogni racconto è un apologo metafisico esposto con stile neutro, volutamente semplice, in netto contrasto con la materia narrata, che evoca atmosfere da fantascienza “interiore”. L’incendio è un trattato magico personale, un atlante immaginario dove l’autore lascia fluttuare morbose fantasie da sparizione, che conducono alle cupe atmosfere di La nube purpurea di Matthew Shiel o Dissipatio H.G. di Guido Morselli. Come osserva Mauro Germani nella postfazione: «Nei racconti di Caddeo i protagonisti hanno nomi bizzarri, non vengono descritti fisicamente, potrebbero essere tutti e nessuno, non vengono colti in momenti particolari, decisivi. Come se provenissero da altre storie rimaste a metà – forse perché impersonali e senza rilievo – essi sono ora chiamati a vivere ciò che mai si sarebbero aspettati. Ed eccoli, allora, smarriti, in balìa di eventi improvvisi, fuori da ogni logica normale e quotidiana, senza più riparo, assaliti da forze incontrollabili, che forse derivano proprio da loro stessi, dopo essere rimaste sopite per molto tempo».
Il libro si divide in sette sezioni: La minaccia, Luoghi, Ricerche e fughe, Scuola, La storia e il mito, Creature, Circostanze diffuse. Inizia con un racconto, L’incendio, che fa da preludio e titolo al libro: citiamo il finale: «Era lui, non c’è dubbio. Un incendio senza fiamma che prende forma senza un motivo, scoppia senza un innesco o un carburante. L’unica è starsene alla larga, dietro i muri della casa. Parte dalle dita delle mani. Poi si trasmette a tutto il corpo. Poi se ne va da quel corpo, passa a un altro. Attacca anche simultaneamente più corpi, altri li risparmia, senza una ragione, in un raggio di 20-50 metri. Arriva e svanisce, ma non si spegne. Si sposta di città in città, di quartiere in quartiere, di paese in paese. Le cose, invece, tutte le cose, rimangono intatte. Da dove viene? Che cosa è? A chi ne cade preda nulla viene risparmiato. Persino i ricordi, Nulla, tranne paura e dolore».
Nella sua estrema malinconia, l’autore sa di scrivere un libro ludico e sarcastico, che è tragico e senza scampo. Salvando gli oggetti liquida l’uomo con fulminante esattezza, affidandogli un ruolo da mediocre superstite. Non sfuggirà lo stile neutro, paratattico, debitore della sua vena aforistica. Come avrebbe potuto, Caddeo, restituire un clima di sospensione gotica, in tutte le sue storie, se lo stile fosse stato troppo enfatico, troppo presente? Si sarebbe disgregato il senso del libro, che emerge proprio dalla pacatezza elencatoria con cui descrive ogni catastrofe, ogni inabissamento, ogni paura: da questa lentezza ipnotica attinge la semplice forza del cronista di allucinazioni. Caddeo accumula visioni a voce bassa, in un clima buzzatiano soft ma persistente. Attira il lettore, con prudente sarcasmo in una spirale di dolori inenarrabili, dove i temi sfiorano il mito, il linguaggio, la storia, e le povere figure umane, disperse in paesaggio vago e minaccioso, appaiono ansiose, perturbate. Allo scrittore piace il tono ironico e spiazzante di storie inevitabili, e si permette un finale tragico, ma in sordina, un divertissement scopertamente autobiografico: «Deve incamminarsi, deve andare, lo aspettano, non indossa più i vecchi vestiti, non è più da solo, finalmente si sente se stesso, è un uomo libero, ha un ruolo nella società, può dire quello che pensa, tutti lo conoscono e gli sorridono, è uscito dall’incantesimo in cui era piombato 69 anni fa, finalmente è ritornato nel suo tempo, nel 4000 A.C. o nel 40.000 dopo, finalmente… è morto». In questo libro sono innumerevoli i viaggi e i paesaggi, ma i protagonisti sembrano immobilizzati nel gioco delle metamorfosi, come in I sogni di Ulisse: «Giunta la vecchiaia, morta Penelope, partito Telemaco, Ulisse decise di partire con pochi coraggiosi, una dozzina. Una versione di questo viaggio l’ha formulata Dante nella Commedia, ma non è detto che sia definitiva». Tutto, ne L’incendio, testimonia il gioco rigoroso e leggero di un’apocalisse sognata, senza ritorno, dove è essenziale “pur essendo presenti, essere assenti”.
Testi:
Da La lingua del camaleonte (Manni, 2002)
Pedagogia
A volte in qualche classe dove insegno, si attua come per sbaglio il programma di un antico metodo educativo: non porre interrogativi, non rispondere a domande, non sostenere ipotesi, difendere tesi, non controbattere comunicare trasmettere rimproverare, incoraggiare spiegare chiedere ascoltare né con parole né con gesti, né con altri tipi di segni. Insomma, non fare niente e lasciare tutto, pur essendo presenti, essere assenti.
Ieri per esempio gli allievi di una classe hanno discusso tutto il tempo tra di loro non so intorno a che cosa: alzavano la mano, parlavano…
I suoni delle loro voci mi sfioravano senza raggiungermi. Vedevo delle ombre che s’incrociavano come spade in un cortile, ombre che cozzavano e scuotevano i loro mantelli neri, uno addosso all’altro. Sentivo con nitidezza i loro colpi. Ad un certo punto un’ombra-mantello rimase a terra immobile. Tutto si fermò e ci fu silenzio. Mi devo essere alzato in piedi per guardare fuori dalla finestra cos’era successo. Ehi, che cos’è successo?
*
Da Etimologie del caos (Joker, 2003)
Se conosci te stesso conosci un altro.
Il più grande spettacolo che si possa immaginare? Il vuoto.
Le parole non servono, siamo noi a servirle.
Dovunque vada, c’è qualcosa che non va: io.
Siamo noi ciò di cui incolpiamo gli altri.
Chi dice noi, tende a te ma intende io.
La trasparenza è misteriosa: dentro non si vede niente.
Un’unghia rotta è più fastidiosa di una testa mozza.
Ogni superficie ci fa le facce.
Dio non pretende niente, nemmeno di esserci.
Toccare tutto senza farsi afferrare: impara dalla tua ombra.
Gli altri sono in me, fuori di me mi sfuggono.
La maschera è vuota dietro, il viso lo è davanti.
Mi prendo l’altra mano, l’accarezzo: siamo in due.
Il labirinto più intricato è quello senza muri: è il deserto.
Camminando non so cosa c’è dietro, parlando non so cosa c’è sotto.
Ci sono più parole senza cosa che cose senza parola.
Leggere: mettersi dietro le parole. Scrivere: mettersi davanti.
*
Da Dialogo con l’ombra (La vita felice, 2008)
Assedio
Vorrei uscire tanto di casa
avrei molte cose
da fare lì fuori
ma non posso ci sono loro
si sono schierate intorno
ombre voci morte
hanno divelto hanno scavato
hanno puntato le bocche da fuoco
sdraiate o in piedi
a testa alta a testa bassa
con un pugno di mosche in mano
o in mano una forca o un fucile
stanno zitte non ci sono parole
ma un rumore di sabbia
Rinaldo Caddeo (1953-2026) pubblica in poesia Le fionde del gioco e del vuoto, Narciso, Calendario di sabbia, Dialogo con l’ombra; in prosa La lingua del camaleonte, L’incendio; due libri di aforismi: Etimologie del caos, Le giornate e la notte di un pensionato. Ha collaborato a “La mosca di Milano” e a “Milano Poesia”.














