Esperienze con l’occulto
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«Non si tratta che di questo: sono caduto nelle mani degli occultisti»: è con fatalismo e ironia che Thomas Mann presenta le sue Esperienze con l’occulto (1924), il resoconto in forma di saggio narrativo delle sedute medianiche a cui prese parte nell’inverno tra il 1922 e il 1923 a casa del parapsicologo Albert von Schrenck-Notzing. Oscillando tra «scetticismo positivo» e una «leggera forma di mal di mare», Mann osserva con crescente fascino e inquietudine lo stato di trance del medium Willi S. e le manifestazioni telecinetiche che hanno luogo nella penombra rossa della stanza, dove una variegata delegazione di scienziati e intellettuali si tiene per mano stretta in un cerchio. E se pure, di lì a poco, Mann farà confluire il materiale autobiografico di questa “avventura” nel romanzo La montagna magica, la prosa vivida e appassionata del testo tradisce uno sguardo che va ben oltre la ricerca d’ispirazione e rivela l’attrazione dell’autore per un’arcana forza creatrice, così affine al genio poetico.
Quarta di copertinaEro lì a stringere i polsi di Willi nelle loro maniche di maglia, e proprio accanto a me vedevo le sue ginocchia imprigionate dal polacco. Era fuori discussione, del tutto impensabile, nemmeno l’ombra d’una possibilità, che quel ragazzo addormentato potesse aver fatto, stando qui, ciò che era accaduto laggiù. Chi altri? Nessuno. Non c’era nessuno che avrebbe potuto farlo, eppure era stato fatto. Questo mi provocava una leggera nausea.Indice testuale5 Introduzione20 Okkulte Erlebnisse 21 Esperienze con l’occulto 127 Note Biografia dell'autoreThomas Mann (Lubecca, 1875 - Zurigo, 1955), narratore e saggista, è uno dei massimi esponenti della letteratura tedesca, premio Nobel nel 1929. Dal suo primo grande romanzo I Buddenbrook (1901) ai racconti Tonio Kröger (1903) e La morte a Venezia (1912) fino a romanzi quali La montagna magica (1924) e Doctor Faustus (1947), fu interprete sensibilissimo della crisi culturale del Novecento tedesco ed europeo. Dal 1933 visse esule con la famiglia in Francia e Svizzera e dal 1938 negli Stati Uniti, per poi rientrare definitivamente a Zurigo nel 1952.
Ero lì a stringere i polsi di Willi nelle loro maniche di maglia, e proprio accanto a me vedevo le sue ginocchia imprigionate dal polacco. Era fuori discussione, del tutto impensabile, nemmeno l’ombra d’una possibilità, che quel ragazzo addormentato potesse aver fatto, stando qui, ciò che era accaduto laggiù. Chi altri? Nessuno. Non c’era nessuno che avrebbe potuto farlo, eppure era stato fatto. Questo mi provocava una leggera nausea.
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