La corrispondenza testimonia un’emigrazione in Perù di medio- alto livello sociale, scelta per assicurare alla famiglia un buon tenore di vita. Un medico curioso e appassionato, il pediatra Mario Ferrando, ha trovato e salvato dalla distruzione, a Villa Viani di Pontedassio ( Imperia), un ampio epistolario che racconta la storia di un emigrato atipico e di una famiglia ligure, quella di sua moglie, della prima metà del Novecento. Con l’aiuto di esperti come Federico Croci e Emanuele Banfi, ne ha scelto alcune, pubblicandole in un libro di lettura altamente suggestiva e di grande interesse storico (Io torno di notte, La vita felice).

La corrispondenza testimonia un’emigrazione in Perù di medio- alto livello sociale, fatta da gente non bisognosa ma benestante, che la crisi dell’agricoltura ligure ha spinto all’estero per investire e diversificare il proprio patrimonio e assicurare alla famiglia ( che restava in Italia) un buon tenore di vita. Ne è protagonista Giovan Battista ( Baciccin) Viani ( classe 1881) che nel 1914 va in Perù, vi resta sino al 1920, per poi tornarvi nel 1927 e rimanerci senza interruzioni fino al 1947, sempre però seguendo, quasi giornalmente, la sua casa, i suoi affetti e i suoi affari, affidati in Italia alla moglie e madre dei suoi quattro figli. Viani appartiene a una famiglia di proprietari che, a un certo punto, si accorge che il reddito delle olive non è più sufficiente.

Nell’anno (1911) in cui Boine scriveva "La crisi degli ulivi in Liguria", Viani registrava nella sua azienda un passivo di oltre 8000 lire. Di qui la decisione di seguire le orme del fratello maggiore, Anacleto, che lavorava in Perù già dal 1901 e vi resterà sino alla morte diventando una personalità così importante da aver intitolato ancora oggi al suo nome una strada non secondaria di Lima. I Viani vanno, all’inizio, e restano a lungo a Cerro de Pasco, investendo nelle miniere; le lettere di Baciccin raccontano l’avanzata delle multinazionali americane, troppo spietate e egoiste con i lavoratori anche per lui, che pure era, da cattolico e conservatore, altamente timoroso e nemico del comunismo, che alimentava, a suo dire, la protesta dei Ciolli, gli indios andini che lavoravano nelle terrificanti miniere di Cerro.

Per altro, a Viani non piaceva neppure il fascismo, dopo un’iniziale adesione ("Ti sembra giusta la proibizione della libertà di stampa? Tenere il popolo nell’oscurità?", scrive nel 1935) e critica persino l’eccessivo potere dato ai preti dall’ex mangiapreti Mussolini. Ma le lettere raccontano anche la storia di una famiglia, di quattro ragazzi che studiano e cercano la loro strada e di una donna, Paolina, energica e lucida, che manda avanti famiglia e azienda.

Ad un certo punto, però, Paolina dice basta: «Ormai è giunta l’ora che tu devi venire qui fra noi dopo venti anni e più di permanenza costì, lontano dalla famiglia». E Baciccin rientra a Villa Viani nel gennaio del ’ 48, ormai ultrasessantenne. Dopo tanti anni, l’emozione del ritorno è così forte che, nell’ultima lettera, Giovan Battista, annunciando alla moglie il suo imminente arrivo a Genova e chiedendole di non venire ad aspettarlo in porto, scrive la frase che dà opportunamente il titolo al libro: « preferisco fare in modo, se sarà possibile, di arrivare di notte » . I soldi peruviani in Italia non valgono nulla e il reduce è parzialmente risarcito dalle perdite dal fratello Anacleto, che gli fa dono delle sue quote di proprietà a Villa Viani. Ma la parola fine a questa storia la scrive il destino, che sembra non accettare il ritorno del marito e padre da tanta distanza di tempo e di spazio: Giovan Battista Viani muore due mesi dopo il suo rientro, nella primavera del 1948.