Danila Di Croce su Pelagos per Luigi Colagreco con «Un repertorio di scene«
Un repertorio di scene
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| autori: | Luigi Colagreco |
| formato: | Libro |
| prezzo: | |
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L’ultima raccolta di L. Colagreco, pubblicata da La Vita Felice nel 2026, si offre al lettore con un titolo di notevole pregnanza, oltre che di piena coerenza rispetto allo sviluppo delle sezioni e dei testi. Il termine “repertorio” (dal latino reperire: trovare) risulta, infatti, particolarmente evocativo per le sue molteplici valenze semantiche: se, da una parte, nell’uso comune può suggerire l’idea di sistematicità e rigore, di un lavoro che obbedisce a un ordine onnicomprensivo, al fine di agevolare la ricerca (di senso, tuttavia, nel nostro caso), dall’altra, in un diverso ambito, assume un’altra accezione, riconducendo all’insieme di quelle opere o brani che un artista predilige e solitamente interpreta per il suo pubblico, perché meglio rispondenti alla sua sensibilità e formazione (l’autore, ricordiamolo, ha intrecciato gli studi umanistici a quelli musicali). Un archivio disciplinato, dunque, secondo la prima prospettiva, o un bagaglio di bellezza da condividere in una forma il più possibile partecipata, considerando invece il secondo significato. Ma attingere da un repertorio, e in questo caso da Un repertorio di scene, significa anche voler recuperare un passato che si intende custodire vivo, reale e che si innesta nell’oggi come presenza/assenza.
Ciascuna di queste tre possibili suggestioni trova riscontro nella raccolta di Colagreco, sebbene a dominare sia la rivisitazione interrogante di un tempo trascorso, con le sue pellicole ancora capaci di incidersi nel presente. Anche se le scene non garantiscono una continuità narrativa, ma si presentano nella loro intermittenza, rimane un residuo che si offre al linguaggio e alla memoria: il poeta/facitore trae dal proprio orizzonte esistenziale un nocciolo da spolpare con la lama affinata e tagliente della parola, perché si possa ripiantare in un terreno condiviso e plurale e organizza l’opera con metodo ragionato e attento. È un libro che si segnala, infatti, per la trama fitta e controllata dei rimandi, delle connessioni tra i testi e tra le diverse sezioni, in un movimento di andata e ritorno, ricorsivo ma non chiuso; anzi, se si considera nell’insieme la sua struttura (le sezioni, ciascuna di dodici testi, sono intitolate 1. INTERNI ED ESTERNI, 2. ESTERNI, 3. INTERNI ED ESTERNI, 4. INTERNI ED ESTERNI, 5. ESTERNI), appare decisamente aperto a sviluppi, interrogazioni, nuovi approdi e responsabilità. Dal momento che La parola è la stessa, ma non vuole restare (si tratta del verso che chiude il libro), non si può che procedere in questo cammino, per inseguirla ancora, coltivando l’inarrivabile aspirazione enunciata già nell’incipit: Ho dato un nome al giardino / per possederlo / con la formula di un sortilegio. Ed è proprio la parola a rendere possibile questo movimento dal fuori al dentro e viceversa perché, come evidenzia J. Portante nella sua illuminante Prefazione, “Occorre che l’interno si esteriorizzi, che l’esterno si interiorizzi, che le cose passino attraverso la parola per tornare a essere ciò che erano”.
Un percorso, dunque, che si snoda in un andirivieni di voci e passi intersecantesi in luoghi che appaiono, certo, familiari o domestici, ma che riecheggiano anche topoi consolidati e particolarmente ricchi di tangenze e sviluppi. In primis, quello del Giardino: se, a una prima lettura, l’imperfetto ricorrente nei testi che lo richiamano (è un tempo verbale molto spesso usato nell’intera raccolta) proietta il lettore nel mondo ignaro e a tratti inquieto dell’infanzia, è senz’altro possibile anche l’allusione al luogo edenico abitato da quell’Adamo che ha il privilegio di dare un nome alle cose. Si tratta della stessa prerogativa del poeta, che però deve fare inevitabilmente i conti con la sua fallibilità e insufficienza (quando davvero cerca la poesia) ed è amaramente consapevole che quel nome non basta mai, che a quel tu desiderato e perduto, sottratto al tempo e vissuto nella memoria, non può che rivolgersi allora con disarmante schiettezza: non posso neanche inventare un nomignolo / che ti stia bene addosso.
La caratterizzazione cronotopica della prima sezione è circoscritta ma puntuale: spesso compaiono elementi che segnano un confine (siepe, lastricato, cancello, muro, finestra), insieme alla strada, alla città, a quel palazzo a cui volgere lo sguardo (che in un testo è antiteticamente e foneticamente contrapposto a un pozzo dove tutto si allontana e si perde); così si declina questo moto tra interno ed esterno, insistito, necessario. Altra importante evidenza sono, appunto, il ritaglio netto e mai melenso dei ricordi, la frequenza delle determinazioni temporali (quando, dopo, spesso, ancora), i numerosi alberi chiamati come testimoni delle tante scene da mappare, un cromatismo che alterna principalmente il bianco e il nero e, infine, il freddo mai nominato, che però con la neve, la grandine e il ghiaccio ricrea il gelo della perdita e la cristallizza perché si possa fare il tentativo di pronunciarla.

Val la pena rimarcare che la poesia di L. Colagreco è solo apparentemente semplice: sconfina in territori di solida compattezza e densità, invece, ed è fondata su un versificare sorvegliato, caratterizzato da un andamento misurato e da un tono pacato (L’azione dell’edera / insegna a non alzare la voce, / ad abbassare la fronte), che sceglie l’obbedienza anche quando non comprende del tutto ed è teso ad accordarsi a un ordine più sapiente, sebbene in parte ignoto (Tutto procede in un ordine / che non posso conoscere). Vi si riconosce una postura eticamente calibrata, che vibra nell’ascolto e che non è mai circoscritta al proprio vissuto, ma da lì muove per interrogarlo e aprirsi al comune orizzonte di un’umanità che va verso uno stesso destino e che dovrebbe forse auscultarlo (verbo più volte ricorrente), trascurando le cicale che non sanno tacere. Il senso dell’udito, in quest’opera dall’alta intensità percettiva, probabilmente è quello dominante e anche tale caratteristica pertiene non solo alla modulazione con cui la memoria dei luoghi si lega al corpo del presente, ma anche al particolare modo di vivere e intendere il fare poetico.
È una piccola nazione, una repubblica, quella che già si individua nel tracciato di ieri: una forma di governo ben definita, si direbbe; una scelta e un principio a cui restare fedeli, perché ogni cosa risponde alle regole / di questo piccolo bosco. Eccolo, allora, quel repertorio/archivio, quel registro accurato che non tralascia il piccolo e che si fa strumento non tanto di consultazione (come nell’accezione più usuale del termine), quanto sforzo, sebbene fallibile, di comprensione (dal latino cum prehendere, con quella preposizione che contempla l’idea dell’abbraccio, del mettere insieme). Si mantiene, tuttavia, un basso coefficiente assertivo, anzi ricorrente è il sintagma come se, perché la poesia di Colagreco non ha intenzione di definire, quanto piuttosto di indagare, di tendere l’orecchio alle tracce incrostatesi nei luoghi, che vengono visitati più che rappresentati. E lo fa con un tempo rallentato in cui anche l’enjambement è sosta e cautela: sospende la successiva rivelazione e non produce mai shock emotivo, bensì si attiene a quella medietas che attraversa l’intera opera (come, ad esempio, in questi versi: ma nei cespugli si resta impigliati / a qualcosa / che respira troppo).
Importanti sono gli esterni, dunque: oltre al giardino, c’è una città che langue, con i palazzi che si svuotano, ma che tutto sommato resiste e va guardata nella sua interezza, senza tralasciare vicoli, anfratti e spazi aperti perché i passi si interrano e se anche l’intonaco cede, si può scoprire un altro colore. Sembra essere uno dei motivi più ricorrenti quello del cammino, dei tanti passi da compiere e misurare (si contano ben 16 occorrenze, concentrate per lo più nella seconda sezione, proprio dei lemmi passo, al singolare o plurale, passaggio, passare), spesso con lo sfondo di alberi e foglie, come a dire che, è vero, sempre ci si muove, ma qualcosa rimane nella sua saldezza, se ne possono contare gli anni (i cerchi) e mai la posa è rinunciataria, piuttosto s’abbandona a un tenue vento. Con la consapevolezza, però, che forse gli alberi sanno meglio stare al mondo e se un platano diventa persino fratello e compagno di avventure, non per questo c’è perfetta somiglianza: quello resta nella sua sapiente saldezza alto e proteso, mentre la schiena non ha la sua verticale.
Sulla strada sempre qualcosa passa (accade) e Quando i passi affondano / diventano nuove radici: è un procedere che lascia impronte, che custodisce presenze. C’è sempre un passo da tenere, da misurare come fosse una parola da pronunciare sottovoce, ma con fermezza. Altrimenti le parole deviano, sbandano e rischiano di portare lontano ciò che più manca, ciò che si vorrebbe presente. Bisogna sapersi soffermare in quella zona liminare, in quell’attraversamento, e lì tentare la comprensione di un mondo che è in bilico tra presenza e assenza, visibile e invisibile, superficie e profondità: è la soglia a costruire ponti. In mezzo a questo andare una figura in particolare si staglia nella sua solitudine camminante, nelle stazioni cercate al riparo degli alberi, con tutta la sua forza di luce: anche se non è mai esplicitamente evocata, è il profilo di una madre o, meglio, sono le sue braccia morbide a dominare la scena e a chiudere la seconda sezione.
Seguono testi che si animano di presenze perché Quelli che mancano hanno più voce degli altri e il giardino si trasforma in questa villa (piena di porte): il richiamo a cipressi, lapidi, tombe non porta con sé un’aria greve o malinconica, anzi è quasi somigliante a quel mondo pagano dove le parole velano sensi, si imprimono in modo polisemico oppure sono pronunciate un’unica e irripetibile volta, così difficili da catturare. Se l’acqua o le nebbie possono nascondere, i versi di Colagreco sanno però impennarsi nella ricerca di qualcosa che sibili un sì e, soprattutto, conoscono bene la logica di un ribaltamento imprescindibile: il verso la quercia è capovolta (contiguo a l’albero è capovolto di P. Cappello) suona come un grido che, proprio mentre prende il fiato, respira. Non è certo facile dire della perdita e al contempo ammansire con delicatezza di sguardo e di tono la violenza del suo impatto: questo libro, nella sua equilibrata architettura, sa ben bilanciare urti e cadute con promesse e silenzi e riesce molto spesso a far risaltare (in genere, accostando un verso brevissimo ad altri più lunghi) quanto è essenziale (La sua figura / era la forma dell’unico bianco possibile). E proprio nella quarta sezione spicca un testo che può essere inteso come programma di vita e dichiarazione di poetica:
Basta poco,
anche quando il giardino
è uno spazio piccolo.
Basta puntare il suo centro,
non serve l’estensione di un parco.
Ora è una distesa di breccia,
sassolini che sdrucciolano sotto le scarpe
per sollevarci dal basso.
Quel poco, dunque, è lo spazio minimo delle parole, della pagina che si fa giardino, che ricrea il giardino. E allora, anche se la via (la vita) è sdrucciolevole, tutta piena di sassolini, non si può non tendere a una elevazione, non si può non compiere quella risalita dal basso, quella progressiva emersione. A patto però di puntare il centro, di fissarsi su ciò che è sostanziale, vitale: un discorso etico ed estetico insieme, che ha la forza e l’urgenza di circoscrivere, di tagliare, di focalizzare solo e unicamente ciò che rende nobili e veri. Può perciò succedere che la morte si volatilizzi, si alleggerisca e cada dall’alto (Il tramonto, il suo, fu un respiro, / fu nella nuvola / aggrumata in quanti di pioggia / all’ultimo piano) e che qualcosa continui a fare luce, in modo incerto e soffuso, sì, ma con la forza di bruciare ancora (Le tue lucciole fuori città avevano lampade / e un balbettio di intermittenza, / però non smorzavano / il meccanismo perfetto di fiamma).
Solo così si può giungere alla conclusione che Anche qui si può ancora sopravvivere: è con questo verso che si chiude la penultima sezione per riaprire nuovamente agli ESTERNI che tornano nella parte conclusiva di un libro tanto mosso quanto centrato. Questa volta è il mare, con la spiaggia, le conchiglie, le stelle marine e con tutta la sua portata connotativa ad accogliere il passato e un dolore antico, così stratificato che brucia nel sale. È un’acqua guardata con rispetto, tuttavia, stando in punta di piedi per abituarsi alle sue insidie, una distesa su cui galleggiano barche di legno, lo stesso delle bare. Eppure, qualcosa continua a crescere in quest’amnio; lì dentro accade un che di misterioso e naturale al tempo stesso: i meccanismi fermentano, / non si fermano più. Nonostante ciò, qualcos’altro va alla deriva e non può restare, come si diceva all’inizio. È sempre lei, la parola, che fugge (o sfugge) e che non può sostare in questo repertorio di scene proprio su quella scena madre, su quella perdita innominabile, tanto è invivibile il suo ricrearsi anche solo nello spazio breve del verso. Non è casuale l’allusione a materiali o elementi liquidi, friabili (sabbia, polvere, fango, intonaco, acqua), visto che niente è tanto stabile da rimanere intatto.
Centrale, pertanto, appare la dialettica tra l’atto della nominazione e l’inevitabilità della perdita; chi scrive interpreta questa tensione seguendo una disciplina fondata su precisione e concretezza: non cede alla facilità di un’esternazione sentimentale, si esercita nell’auscultare il tempo e le sue traiettorie, nell’osservare lo spazio e i suoi incroci imprevedibili. Pur riconoscendo l’impossibilità di una visione definita e definitiva,Colagreco mira a connettere il dentro e il fuori, il grande e il piccolo e riesce almeno a individuare l’ossatura che tiene eretta la vita anche quando essa viene spogliata, per custodirne la bellezza, per farne repertorio/tempio di immagini e voci, di ricordi e attese:
La casa è intera
nella miniatura del camino,
proprio al centro del fuoco.
Solo così tutte quelle porte (metafora di lampante chiarezza e di ascendenza pascoliana) possono restare spalancate: attraverso di esse si può continuare a contare passi, a entrare e uscire, nell’avventura precaria, ma non per questo meno avvincente, di un cammino ancora da compiere. Nella vita e nella parola.
Danila Di Croce
25/06/2026
Scheda libro
Titolo: Un repertorio di scene
Sottotitolo: poesie
Autore: Luigi Colagreco
Prefazione: Jean Portante
Editore: La Vita Felice
Formato: Libro
Genere: Poesia italiana contemporanea
Collana: Le Voci Italiane, 150
Pagine: 88
Pubblicazione: 05/2026
ISBN/EAN: 9788893469975
Prezzo: € 13,00
Dalla prefazione di Jean Portante:
Un repertorio di scene diventa il libro di ciò che ha sete di essere qui, ma manca
incessantemente. È nel giardino dell’assenza che Luigi Colagreco pianta la sua
«piccola nazione», la sua «repubblica», accanto al passato, con l’infanzia che vede il
mondo con lo sguardo del primo istante. Eccoci allora sulla corda del tempo,
funamboli quanto il poeta, e ci occorreranno almeno due teste: una che guarda, come il
poeta, a occhi chiusi verso l’indietro; l’altra che non sa dove guardare, perché il
presente fugge mentre il futuro rischia di non avvenire.
L’autore tesse la sua poetica da un testo all’altro, come una ragnatela tesa sotto le
parole, che a ogni tocco di un verso fa vibrare il tutto. Non si tratta di poesie
affiancate, ma di un insieme pensato, nel quale l’intimo si mescola a ciò che gli sta
attorno. Luigi Colagreco riesce così a infiltrarsi negli interstizi tra silenzio e parola e a
farne scaturire immagini inedite, il tutto in un’economia di parole liberata da ciò che le
appesantirebbe.
*
Ho dato un nome al giardino
per possederlo
con la formula di un sortilegio.
Quando penso a tutto il giardino
e al mucchio di sabbia che ho nelle mani,
vorrei allungarmi a terra,
perché adesso è mio
senza il pungolo degli angoli,
la durezza dei sassi.
Non posso scordare quello che resta,
il cancello attorno, le mura basse.
Nomino la prima città,
una casetta di legno e cartone.
Vorrei andare nei cespugli,
ma nei cespugli si resta impigliati
a qualcosa
che respira troppo.
Decido allora, non parlo alle piante,
né a te che stai ad ascoltare,
non posso neanche inventare un nomignolo
che ti stia bene addosso.
Nota Biografica
Luigi Colagreco è poeta, musicista e operatore culturale. Nel 2019 ha fondato il Centro di Poesia e
altri Linguaggi (Chieti), progetto attraverso il quale svolge un’intensa attività di promozione della
poesia in relazione ai nuovi media e ai linguaggi del contemporaneo. Dirige il Concorso nazionale
Sinestetica per poesia inedita e videopoesia, collegato al Premio di Poesia “Città di Pescara –
Sinestetica” (1ª ed. 2018), e ChietiPoesia – Festival di Poesia e altri Linguaggi (1ª ed. 2019). È
segretario della giuria tecnica dei Premi Flaiano Poesia, nell’ambito dei Premi Internazionali
Flaiano.
Laureato in Lettere con lode all’Università di Pisa, si è diplomato brillantemente in Canto al
Conservatorio “L. d’Annunzio” di Pescara e in Musica da camera all’I.M.P. “G. Braga” di Teramo.
È autore di contributi e saggi di storia dello spettacolo, di canzoni di popular music e di adattamenti
e traduzioni di testi letterari destinati alla musica. È ideatore, autore del libretto e coautore delle
musiche dell’opera musicale inedita Saturno. Collabora con riviste e iniziative culturali attraverso
recensioni, note di lettura e interventi critici.
Nel settembre 2025, in occasione della serata inaugurale della XXIV edizione del Festival
Internazionale di Poesia di Bucarest, ha rappresentato l’Italia, presentando alcune poesie
successivamente confluite nella raccolta Un repertorio di scene. Altri testi della stessa raccolta sono
stati tradotti in spagnolo da Dafne Malvasi e pubblicati su «Ærea. Revista Hispanoamericana de
Poesía» (aprile 2026), e in francese da Jean Portante sulla rivista «La Traductière», collegata al
Marché de la Poésie di Parigi.














