Fabio Ciriachi per Stefania Portaccio con «Domeniche»
Domeniche
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| autori: | Stefania Portaccio |
| formato: | Libro |
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A proposito di "Domeniche"
Donne in poesia
La raccolta di Stefania Portaccio, che riunisce poesie dal 2018 al 2025, costruisce un dialogo con quattro autrici: Amelia Rosselli, Adrienne Rich, Daniela Attanasio e Emily Dickinson
Afferma Stefania Portaccio in “Nota dell’autrice”, con cui si chiude Domeniche (La Vita Felice, 120 pagine, 14 Euro): “Mi è stata chiesta una nota su questa raccolta poetica, la mia quinta. Ho pensato che volevo scriverla, ma rimanendo laterale. Commenterò i titoli delle sei sezioni dicendo del ‘cosa’ e niente del ‘come’, mentre la poesia è tutta – quasi – questione di ‘come’”. Diversamente da lei, noi cercheremo di vedere in che modo tutto quanto si rubrica nella categoria del come (la forma), finisca per diventare un implicito cosa, ovvero, una sorta di ibrida sostanza, e come forse nel cosa (la sostanza), vibri già, ancor prima della scrittura, un’energia che contiene di per sé una sua intima potenzialità formale.
Un primo discorso si può fare partendo dalle relazioni che, in Domeniche, Stefania Portaccio stabilisce con quattro poete. La prima è Amelia Rosselli, presente nell’epigrafe con una citazione di tre versi dalle Variazioni belliche: “La mia vita si salvò per un retrograde amore. La mia / vita s’impennò per una lavata di testa. Le mie circostanze / furono tali ch’io non potei scappare dagli altri”; versi che, oltre il senso esplicito del dettato, ci interessano anche per l’aggettivo “belliche” che è il primo termine di un frasario specifico, sparso qua e là lungo l’intera raccolta, e relativo a locuzioni evocanti conflitti di natura militaresca usati come metafora di conflitti personali, inclusi quelli dell’autrice con se stessa.
Dopo la Rosselli troviamo a pagina 37, nella sezione Domeniche, la poesia “Mentre” in cui appare il nome della seconda poeta: “mentre capisco che Adrienne Rich / è tra i grandi poeti / guardo una serie su due agenti segreti / e bevo vino bianco e anche scrivo / di tutto questo mentre dovrei / badare solo a lei // mentre capisco che mi fa spavento / stare con Rich soltanto”. E ancora, a pagina 40 – sempre nella sezione Domeniche – la terza poeta sta in una dedica a una poesia senza titolo “per la poesia di Daniela Attanasio” della quale dice, per lodarne lo stile: “con i suoi versi lunghi distesi – estranei al verticale / che è a me limitatezza e intendimento // con la sua diversa devozione / un’altra mi conduce // un’altra mi conduce al largo da me / questo è, in generale, il bene che ci facciamo / quando ascoltiamo”. La quarta poeta, citata in epigrafe alla “Nota dell’autrice”, è Emily Dickinson della quale sono pubblicati i primi quattro versi di una poesia di dodici, che dicono: “C’è chi osserva la domenica andando in chiesa / io la osservo standomene a casa / per corista un bobolinco / per cupola – un frutteto”. Nella stessa nota la Portaccio nomina anche Rilke, Eliot, Wallace Stevens, Szymborska, ma direi che le quattro poete in questione possono da sole, per diverse ragioni, fungere da pietre su cui poggiare i passi per un attraversamento dell’opera che punti a una sua prima intelligenza.
L’elemento più consistente che fa di Domeniche il naturale prosieguo di Waterloo è il ricorso alla nominazione del corpo e delle sue parti, per cui, se si ha la pazienza di attraversare i due folti elenchi redatti in ordine di apparizione, si può avere un’idea di come il sentire scelga di volta in volta i luoghi carnali più adatti all’eruzione dei suoi necessari vulcani[2]. Ai circa cinquanta termini presenti in Waterloo, infatti, si aggiungono i circa cinquanta presenti in Domeniche, quasi a stabilire una sorta di ricorrente fisiologia.[3]
Per stare ancora al rapporto tra queste due raccolte, alle cinque sezioni della penultima rispondono le sei dell’ultima. In Waterloo le poesia per la madre, persa troppo presto, stanno in una piccola sezione che le accoglie tutte, in Domeniche, invece, abitano sparse, e in modi più pacificati, nella sezione Come quando sogni dove tutto oscilla tra sonno, sogni e dormiveglia, un confine intriso di influenze reciproche dove il sentire gode di libertà altrove rare. I bisticci amorosi di Waterloo, spesso venati di nuance che vanno dal compiaciuto all’indispettito, dal dolente al trionfale, in Domeniche lasciano il posto a un riflettere sul sé che si avvale – come risulta in modo esplicito nella prima sezione, Mungiture e Pasque, racchiusa tra due poesie dallo stesso titolo – dell’esperienza acquisita da Portaccio nel nuovo campo d’indagine che è la Mitobiografia.
Sono molte le poesie che, spuntando da lati imprevisti del costruire versi, spiccano per l’intrinseca qualità etico-ritmica. Tutta la prima sezione è un’effervescenza di potenzialità dove ha molto senso passare e ripassare senza occuparsi di un punto di caduta, perché è proprio l’attraente moto interno che non le abbandona mai a consentire loro di farsi portatrici quasi estemporanee di poesia.
Nella sezione Domeniche prende subito corpo la figura del quartiermastro che, ancor prima di rappresentare l’intima epica del modo in cui l’autrice va incontro alla vita: “Su questa nave sono il quartiermastro / il braccio destro / decido e impartisco / cambusa alloggio e paga”, riscatta il ‘fante sfregiato’ di Waterloo: “…e sono caduta nel fossato – Waterloo // a battaglia perduta / racconto all’infinito come un fante sfregiato / il peso dello zaino / la paga magra / il costo di imparare” diventando così, da prima della sezione, titolata a dialogare, a distanza, coi versi de “La specie” che sta per prima nella quarta sezione, Noi bruti e beati, titolo nel quale è impossibile non sentir risuonare il basso-continuo di quel “fatti non foste a viver come bruti” al quale, col dovuto rispetto, Stefania Portaccio risponde per le rime: “così com’è – come era e diventa / tutt’intera e violenta e miope e strabiliante // così com’è dall’animo spaurito e mendicante – dal commovente / fare finta di niente / ma dal coraggio detto sovrumano / che viene chissà da dove e toglie il fiato // specie siamo che cerca l’afflato / e l’affanno che vuole calmarsi / e la calma che cala a farci tana / noi cuccioli bastardi – fatti bruti e fatti beati”.
Qua e là rileviamo, col rischio proprio di ogni prima indagine, tracce di possibili contaminazioni; se per rime e ritmo, può non essere improprio fare i nomi di Insana e Caproni; per le figure del dire, negli ultimi due versi della poesia “Domeniche”: “via dal tavolo e dalla domenica / giù a morire nel mare del rumore” vedo un non so quanto voluto riferimento al Philip Larkin di “Finestre alte”: “Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo / come maledetti uccelli liberi…”.
Ma è nella poesia “Mentre”, lì dove appare Adrienne Rich, che Stefania Portaccio tocca il punto più critico del suo fare i conti coi versi e con la vita, da cui la clausola “mentre capisco che mi fa spavento / stare con Rich soltanto”. E qui sarebbe di un’arroganza prossima alla hybris provarsi a dare ragione di quello spavento eppure, malgrado ciò, quanto meno non possiamo rinunciare all’abbozzo di un personalissimo, e quindi inattendibile, campo d’indagine al quale non sarebbe illecito rivolgersi per ragionare sulle eventuali cause di questo sentimento abbastanza insolito nel rapporto tra fruitore e testo di poesia.
Se pensiamo a come Domeniche procede, di sezione in sezione, all’attraversamento di quell’inferno in cui sempre consiste ogni seria discesa nel sé, dobbiamo dare alla penultima sezione Cara, (la virgola è nel titolo) l’importanza che merita perché è lì che “Purgatorio” dice “…stringersi in affetto / col nemico”, “La pietanza” (duole non poter citare tutto di tutto) “per smetterla per un po’ di registrare e soffrire”, lì si svolge la spietata parabola di “Essere vista”, e “Amica, i tempi andati?” dice “…basta il confino […] nel girone della ripetizione”, in “Il suono” leggiamo “che sia l’inizio? inizio / percepito della morte”, in “Calipso” il soggetto sottinteso “rifila nella mente il suo disegno: / rifare un uomo” e ancora tante altre poesie, tutte pietre miliari della relazione con sé e con le altre del proprio genere, per arrivare alla clausola di “Oggi” dove, grazie alla metafora di una data, si arriva a dire, di sé: “esatta e insieme sbagliata”.
Ma anche la dolente ultima sezione, Grecale, volta a elaborare un lutto, approfitta della poesia conclusiva, “Risacca”, per chiudere, con il colpo di reni della sua notevole clausola, sezione e raccolta: “ – riemergere al riparo / cieca come da un utero / fiera come un corsaro”.
Alla fine di tutto questo, per tornare a “Mentre”, se si sta tra le pagine di Esplorando il relitto, di Adrienne Rich, e crediamo a Portaccio quando ci dice che Rich: “è tra i grandi poeti”, come ci si può sentire davanti a “Canzone” che sta nella prima sezione di Esplorando il relitto e così si chiude: “Se mi sento sola / è come la barca chiusa nel ghiaccio della riva / nell’ultima luce rossa dell’anno / che sa che cos’è, che sa che non è / ghiaccio né fango né luce d’inverno / ma legno con quel dono di poter bruciare”, e ancora, più intensamente e dolorosamente, davanti all’ultima poesia della quarta e ultima sezione, “Meditazione per un bambino selvaggio”, sì, come ci si può sentire? Ebbene, proprio come si sente Portaccio che, per più di un motivo, scrive: “…mi fa spavento /stare con Rich soltanto”. E noi la ringraziamo perché col suo mettersi in gioco apre la strada, rende ammissibili i nostri più vili spaventi e ci offre, tutto intero, il patrimonio di Domeniche per aiutarci a superarli.
[1] Poesie alle pagine 31, 32, 34, 35, 58, 68, 82, 92, 114.
[2] Pe Waterloo, la lista è: “cranio, testa, bocca, corpo, seno, tette, testa, cute, capelli, schiena, petto, petto, mani, poppe, soffitta occipitale, corpi, costole, faccia, mani, gambette, petto, mano, ventre, braccia, piedi, stomaco, ginocchia, piedi, ossa, testa, occhi, mani, unghie, anca, osso, spalla, braccia, nuca, polso, dorso della mano, scapole, colli, spalle, palato, schiena, cuore, pelle, mano”.
[3] Per Domeniche: “testa, torace, costole, braccia, nuca, petto, ossa, labbra, costole e torace, lingua, piede, piede, scapole, pollici, schiena, pollici, pollici, ischi, occhi, braccio, cuori, corpi, corpo, braccio, cuore, palpebre, vertebre, giunture, vertebre giunture, sterno, scapole, occhio, nuca, diaframma, nuca, diaframma, sterno, lobo frontale e occipitale, tubo esofageo, testa, piedi, occhio, occhio, gambe, naso, schiena, cuore, occhi, cuore, occhi, mano, dita”.














