Grazia Calanna su L'Estroverso per Angelo Santangelo con «Geografie della polvere»
Geografie della polvere
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| autori: | Angelo Santangelo |
| formato: | Libro |
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Angelo Santangelo, “Geografie della polvere”, poesia come possibilità di “volgere lo sguardo verso nuovi orizzonti”.
tre domande, tre poesie
Sin dalle prime letture, le poesie di Santangelo travolgono il lettore tra rabbia, amore, impegno politico, coscienza civile, nostalgia, senso del bene comune e una profonda attenzione verso l’altro. Si incontra una speranza, una morbida nostalgia e, soprattutto, si riflette sul perché l’uomo contemporaneo sia così svuotato di valori, povero di coscienza critica, arido nel contatto con l’altro e nella preservazione della memoria storica. Ogni poesia di Angelo Santangelo è polvere sui diamanti di un’umanità astigmatica. Una polvere preziosa: la responsabilità. Potremmo dire che da quanto considerato può nascere la traccia di un destino più umano. Forse, come un moderno profeta, il nostro Autore, con la sua scrittura, desidera condurci ancora una volta verso la possibilità di una riflessione sulla salvezza. Il poeta ha trovato un modo liberante e una nuova speranza per l’intera umanità: anche dal più piccolo granello di esistenza può nascere una ferrea determinazione per immaginare un mondo nuovamente a misura di persona.
(dalla prefazione di Raffaele Gueli)
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Geografie della polvere”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
“Geografie della polvere” nasce da una riflessione scaturita dalla reclusione forzata a causa del Covid; poi essa si è tramutata in un‘urgenza impellente, che, in fondo, ha avuto una cifra autentica e avvincente nell’umano, nel cuore dell’umano; “porto sepolto” di memoria ungarettiana: quel nulla d’inesauribile segreto. Senz’altro ho scritto di getto, ma non trascurando un movente principale, un “motore primo” che mi ha spinto: in questo frangente, la necessità ineludibile di gettare uno sguardo “geografico” alla contemporaneità con le sue dissonanze e crepe: pulviscoli e abrasioni, come misura delle cose di una realtà che accade a qualsiasi latitudine, altitudine, seguendo delle coordinate che spesso sono indicibili e imperscrutabili degli abissi coevi: basti pensare al nostro mare, al mare nostro, con i suoi fondali di dispersi e di annegati, con i suoi volti senza nemmeno più traccia di polvere, che, oramai, riprendendo un verso del poeta Giuseppe Conte, è diventato il grembo sepolto di un Dio senza nome. Pertanto, ho tentato di rendere le mie parole correlato e substantia della polvere del mondo: polvere in azioni, in dolore, in luce, in gioia, in silenzio, in marcia, in absentia. Ho cercato di seguire un itinerarium mentis et corporis – una mappa cognitiva e corporea – in una sorta di commistione tra significanti e significati, dove una semantica della liquidità cerca di convivere con la pervicacia taciturna della polvere, perché, anche da un’infinitesima particola di terra, può crescere una semenza viva e rigenerante, come riscatto e palingenesi della nostra condizione di stasi. Come soleva ripetere il mio maestro Angelo Scandurra, variando un po’ la sua epigrafe, le parole dei poeti volano con i piedi per terra, perché, solamente rimanendo ancorati con le caviglie al nostro linguaggio-polvere umano, possiamo volgere lo sguardo verso nuovi orizzonti, verso nuove isole, come tentativo e desiderio infinito d’approdo.
“rimane ineffabile l’eco/ di una terracquea memoria.”, con i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
É sempre in agguato il rischio che il poeta possa arroccarsi in una torre d’avorio, avulsa dalla realtà, per non ascoltare lo scorrere lento delle grida/ sullo schermo in diretta live mare (p.30), per sfuggire alle brutture e alle storture di questo mondo, per rinchiudersi in un fortilizio di solitaria roccia (p.31) solipsistico e onanistico, dotato di autoreferenzialità e di vita letteraria autosufficiente. C’è sempre il rischio di andare “solo et pensoso”, per “i più deserti campi”, alla maniera petrarchesca, in una sorta di autocompiacimento della propria diversità da salvaguardare dalle insidie e dalle peripezie della realtà, sopra un sofà occidentale o nel gelo intimo di un atollo covo (p.34); tuttavia, nonostante questa tendenza solitaria all’autoconservazione, nonostante questi tentativi maldestri di fuga, credo che non si possa veramente eludere “La tagliola del disamore” del nostro tempo (per usare un suggestivo titolo poetico di Jolanda Insana) che ci riporta, giocoforza, alle nostre responsabilità di uomini: la poesia non deve e non può essere la panacea salvifica di tutti i mali e di tutti gli orrori, ma può e deve conservare l’eco primigenio e terracqueo di una compassione fraterna nella ricerca di un bene e di una memoria condivisa, senza istanze consolatrici e appaganti.
Ecco, siamo polvere e polvere ritorneremo, come risuona dal primo giorno della creazione nel versetto biblico della Genesi, ma questa polvere, di cui siamo rivestiti, non dovrebbe essere scalza di pietà, intesa come devozione autentica nei confronti di tutto ciò che può definirsi umano, perché, come lucidamente aveva sottolineato Pasolini, dove c’è vuoto di carità, c’è vuoto di cultura. Riempire questo vuoto con la benefica inutilità della poesia potrebbe essere la via per colmare l’inascoltato, per interloquire con il sommerso, il reietto e l’ineffabile di innumerevoli atlanti scomparsi.
La poesia è un destino (al pari della vita)?
La poesia è quel luogo vero che non è segnato in nessuna carta, in nessuna mappa, come quell’isola lontana, lontanissima a sud-ovest, Rokovoko, a cui guarda Herman Melville, nel Moby Dick, e che ho riportato come esergo della sezione finale della mia raccolta, dal titolo Desinenze d’isola. La poesia è quel luogo segreto e misterioso dell’anima, daimon e sortilegio sulla cui rotta incamminarsi, anche se molto probabilmente il viaggio non è destinato a culminare in una meta risolutiva di tutti i dilemmi e di tutti i contrasti in cui ci si imbatte, ma, ciononostante, ci si mette in cammino perché la rotta è qui tracciata tra maree / e costellazioni (p.81): desiderio di un oltre, prima che il giorno avvolto da capelli/ fiori di salino muoia per davvero (p.81). La poesia è quel luogo che si fa carico visionario e immaginifico del mondo, senza poter risolvere de facto il conflitto del dolore in una maniera definitiva, ma cercando, purtuttavia, di lenirlo, anestetizzarlo attraverso il logos, la parola, che diviene “spina della nostalgia”, immagine caproniana che suggella un eterno ritorno. La poesia è anche quel varco montaliano che cerca di farsi strada alle luci dell’alba, quell’appiglio a cui aggrapparsi per non soccombere che, nella poesia “Davanzale d’un segreto”, ho ravvisato in un sorriso a davanzale/ su cui si poggia un mare / sconfinato di donna (p.79), stilla che emerge da un abisso di “detriti” e “stagni” come la gonna di Jenny a cui s’aggrappa “Il suonatore Jones”, nella canzone omonima di Fabrizio De André: In un vortice di polvere / gli altri vedevan siccità / a me ricordava la gonna di Jenny / in un ballo di tanti anni fa (tratta dall’album del 1971 “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”, omaggio dell’autore all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master). Infine, la poesia è destino (similmente alla vita) di una coscienza infelice, ma lucida, di tutte le contraddizioni dei popoli e, nella fattispecie, di un popolo come quello siciliano, condizione ben delineata da Crescenzio Cane, con il termine coniato di “sicilitudine” (e poi ripreso da Leonardo Sciascia) che riflette un’oscillazione perenne e mai doma tra claustrofilia e claustrofobia, tra mito e sofisma, tra tragedia e farsa, tra luce e lutto (espressioni usate da Gesualdo Bufalino, ne “L’isola plurale”, da “ Cento Sicilie”, pp.5-7), come ho cercato di ritrarre con un’immagine eloquente ed emblematica nella poesia “Monca Trinacria”: La trinacria svolazza pigramente / monca di un apice (p.54). In quella movenza indolente si cela il magnetismo enfatico della lontananza; il pessimismo della ragione e della volontà come cifra costitutiva dell’insularità, secondo le icastiche riflessioni di Bufalino, a cui mi rifaccio nella chiusa di questa poesia: Sirene, squilli, segnali in un ineludibile / allarme: eppure si muore ancora, / ma in lontananza, in lontananza.
Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo libro; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).
Dalla sezione Sette volte mare
IV
Il giorno che nasce e che muore ha una
ridondanza nell’incompiuto: la pioggia
è un accenno di intemperanza che apre
allo sbadiglio del sole carnale
buccia d’unghia.
La nave è asserragliata nell’indefinito
di novembre e la selezione dell’uomo
che nasce e che muore è appena iniziata:
chi è adatto al calpestio della patria e della
terra e chi invece può continuare a fluttuare
tra vomito e piscio nel clandestino abbraccio
di padre nostro mare.
Non si può accogliere la vita che nasce
e che muore, mentre la stagione dell’afa
si lascia penetrare dal vento che abbatte
le fioriere, che lascia fenditure sulla pelle,
che trascina ricordi di sabbia e di pietra.
Nascere e morire da questa parte
è un fortilizio di solitaria roccia
in cui oscurare ogni breccia di faro
che illumini speranza e salvezza.
Dalla sezione Itinerari e sortilegi della polvere
DENTELLATA POLVERE
A vederci giocare nel quadrante
spensierato di un pomeriggio siamo
ancora noi:
con qualche crepa nella pelle in meno
con qualche molare giudizioso in più.
Il campo sintetico era vietato
perché oramai promontorio e bestiario
di rifiuti, ma noi scavalcavamo
lo stesso il portone ruggine abraso;
la betoniera era il nostro bersaglio
e botola da cui estrarre il pallone,
i pali due tralicci di orchidee
e calcinacci da cui spuntavano
foglie da appiccicare alle magliette
come nuove figurine. Il custode
fingeva di non vederci impegnato
com’era con videocassette a luci
soffuse nella stanza angusta dalle
casacche psichedeliche sospese.
A vederci giocare nel quadrante
spensierato di un pomeriggio siamo
ancora noi:
il portiere volante, l’imperfetto acrobata,
l’arcigno fluidificante, il funambolo esile
nessuno manca alla solita conta:
invadevamo spazi e mattonelle,
reclamavamo aria pura e vitale,
stanavamo l’asfalto, vivevamo
in quel tempo immutabile: una schiera
oplitica di poeti prossimi
all’estinzione e alla fragile memoria.
Nulla adesso in quel campetto è cambiato:
quello che era un cumulo di plastica
è diventato un’isola ecologica
senz’ acqua, senza sterpaglie di sogni,
la betoniera dismessa è un cimelio
archeologico che ha spazzato
volti; qualcuno è sparito rimasto
e poi seppellito, tutto è cambiato:
il custode è passato al digitale
e ora passeggia con un cane bracco.
La schiera oplitica è ora diventata
testuggine autistica che si infrange
su muri domestici e solitari.
Il portone ruggine abraso è infranto:
rimane l’eco dentellata ancora
strenue della polvere e del silenzio.
Dalla sezione Desinenze d’isola
ARTIFEX FIDELIS
Dietro il plexiglass
umida barriera tra due mondi
avverto come sempre il solletico
dei tuoi baffi: la tua allegria come
un bacio lungo: una vampata che perfora
il gelo della mascherina.
Con il grembiule pieno di farina
– la tua polvere magica – e ancora
con il tuo bernoccolo in testa, chiedi
della salute della bambina lontana
come se le tue parole potessero salvare
il mondo dal dolore:
e ti doni agli altri
senza remore, filtri:
sei tu, padre,
l’artefice della mia vita
fedele demiurgo della mia
felicità.
Vorrei soffermarmi – e nel contempo ringraziare per l’ospitalità concessami nella prestigiosa rubrica de l’EstroVerso – sulla seconda poesia scelta, “Dentellata polvere”, tratta dalla sezione “Itinerari e sortilegi della polvere”. Siamo nel pieno della pandemia, forzatamente segregati a casa; è una giornata ventosa e calda, tanto che si possono intravedere i “diavoli di polvere”, mulinelli d’aria che fendono e sferzano le imposte e i vetri delle finestre. L’immagine turbinosa della polvere, che s’insinua insidiosa nelle intercapedini, nelle fessure più riposte, mi desta un ricordo che mi conduce alla mia adolescenza, ovvero quando ero solito, insieme a miei compagni di gioco, scavalcare un portone ruggine abraso, intriso di polvere, per accedere ad un campetto da calcio in erba sintetica nel mio paese, Valverde. Affiora uno scampolo di memoria, un barlume trascinato proprio da quella polvere che, in quel momento, si palesa di fronte a me, alla stessa maniera proustiana – nella “Alla ricerca del tempo perduto” – di quel sorso misto a briciole di biscotto […] quel sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray... E, in quell’istante, la memoria diviene geografia sterminata e amabile di un pomeriggio diverso: non reclusi a casa, ma liberi di scorrazzare spensierati dietro ad un pallone. Credo che in questa essenza nostalgica, che vive nel tempo e, nel contempo, lo travalica – fotogramma e desiderio di un ritorno – si annidi la poesia più vera e più autentica.
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Angelo Santangelo (nella foto di Rosa Lauria) è nato a Catania nel 1984 e risiede a Valverde (CT). Laureato in Lettere Classiche, è insegnante liceale di italiano e latino. Ha partecipato ad “Isola Poesia”, promossa da “Interminati Spazi”, ai cicli “Notte della Poesia”, “Rito della Luce”, realizzati da “Fiumara d’Arte” di Antonio Presti, e all’evento “La voce della giovane poesia in Sicilia”, organizzato da “Taobuk e Pordenonelegge”. Sue poesie sono apparse online su “l’EstroVerso”, “Poetarum silva”, “Pioggia Obliqua”. Per le Edizioni “Le Farfalle” di Angelo Scandurra, ha pubblicato le raccolte poetiche Tra i boschi di Fauno assonnato (2012) e Screziature della porcellana (2020). Quest’ultima silloge ha ricevuto la “Menzione d’Onore” al 12° Concorso letterario (Presidente Franco Loi), indetto dall’Associazione “Pelasgo 968” (Città di Grottammare) ed è stata annoverata tra le opere finaliste del “Certamen Apollinare Poeticum”, sez. Poesia Edita VII Edizione, Università Pontificia Salesiana (Roma). Nel 2023, è stato pubblicato all’interno dell’antologia “Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology”, a cura di Ana Ilievska e Pietro Russo (Italica Press, 2023), progetto nato da una collaborazione fra l’Università di Catania e la Stanford University. Si è classificato terzo al Concorso nazionale “Chiaramonte Gulfi – Città dei Musei” (VII edizione) con la poesia Spes contra spem (2015) e ha ricevuto una menzione d’onore presso quest’ultimo concorso, nel 2024, con il testo Il giorno che nasce e che muore. Nell’aprile del 2025, ha pubblicato Geografie della polvere, edito da “La Vita Felice” – Milano. Attualmente fa parte del Centro di Poesia Contemporanea di Catania.














