Con abiti disadattati
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La poesia di Brancato si trova in una anfizona tra materia e sospensione, solidità e annientamento. Qui la pietra d’inciampo dell’interpretazione testuale: il lettore, si nutre dell’opportunità di acceso allo stato di inettitudine sensoriale, la condizione di istupidimento che lo appressa alla malattia della parola poetica. Il crinale fra tutto e niente, dove l’alternativa è il precipizio dell’incomprensione oppure della mutezza.
Con abiti disadattati mantiene un rigore che ha la speciale capacità di fare appello all’attenzione critica, dinamica (e gioiosa) del lettore di poesia. Quella condizione, cioè, di serenità interpretativa, consona a farne cogliere o intravedere gli innumerevoli ingranaggi, sia nella dimensione espressivo-enunciativa, che in quella concettuale. [...] si scrive poesia, per provare a rappresentare il mondo. Tutto sommato, ogni prodotto di scrittura è il riflesso di un pezzettino o di una modalità di universo, qualsiasi esso sia: quello terreno, o quello dei pianeti e delle costellazioni, quello fantastico o quello di un mondo altro. Ma poi si pensa che il mondo o l’universo sono faccende troppo complicate per potere essere ‘solamente’ rappresentate. Però, probabilmente, nulla di tutto questo è vero o plausibile, forse perché una risposta non c’è o, meglio, ci guardiamo bene dal cercarla. Non sono sicuro. Però so perché Cetta Brancato scrive. Scrive per vivere. dalla prefazione di Vincenzo Pinello (Università di Palermo) Vi è in me il battito del dimenticato. Un cuore di polvere e di sputo, un’innocenza di iena nel folto clamore di Sicilia. * Quando talvolta passa qua e là una stella nelle fosse d’asfalto, la mano che la raccatta è del poeta. Ignaro indugia il creato, nell’ora pastosa del suo lampo. E le parole hanno fango di luce. * Non sperimento vita in cui l’esistere avrebbe eletto il tempo. Ne ho scelto un’altra, di tempra tutta mia. A bassa voce, a bassa voce, appena. La fiaba umana si fonda in molte stanze. Qualcuna pubblica, molte privatissime. Di solida fattura, in ogni caso. Quando le vite s’incontrano, si assommano, inevitabilmente, intravediamo il labirinto. Ancor più se il luogo della realtà cinicamente mostra le mura intime da cui è, perfino, sconveniente protendersi. Coloro che sono chiamati a entrarvi hanno necessità di un filo come guida. Ciascun Teseo s’inoltra in stanze differenti, a seconda di dove vuole incontrare il proprio Minotauro. Il percorso è visione, condotto da intuizioni e vocazioni generate dalle somme del labirinto. Seppure si proceda con passo personale, occorre raggiungere il Minotauro e ucciderlo secondo la propria legge interiore. Ma quando si è attraversato il dedalo, forse, l’unico Teseo è colui che ha lasciato tracce. Un filo di credibilità lo abbiamo tutti ma, per lasciare orme, occorre aver fatto esperienza del labirinto tutto, a occhi aperti, con abiti disadattati e in alta densità di precisione. La poesia non soccombe alla dittatura della fine, anche nel frastuono della perfezione e nello straniato ardore del silenzio. Nel caos delle necessità, seppure sconfitti, è necessario avere lottato per compiere l’esistenza. L’Autrice . |
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Prima di essere pubblicato, dovrà essere approvato dalla redazione.
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