Vittorio Imbriani
Vittorio Imbriani nacque a Napoli nel 1840 e morì a Pomigliano d’Arco nel 1886. Patriota, letterato, narratore, critico, studioso di folklore e raccoglitore di testi popolari, trascorse parte della giovinezza in esilio e compì studi a Zurigo e a Berlino. Collaborò con Francesco De Sanctis all’«Italia» tra il 1863 e il 1866; lavorò poi alla «Patria», che diresse per breve tempo nel 1867, e alla «Nuova Patria». Il soggiorno in Germania e il contatto con il Romanticismo tedesco contribuirono alla formazione di una cultura vasta, irregolare e fortemente europea.
Nella sua narrativa – dal romanzo Merope IV (1867) a Dio ne scampi dagli Orsenigo (1876), fino a prose come Mastr’Impicca (1874) e Per questo Cristo ebbi a farmi turco (1883) – Imbriani sviluppò una scrittura estranea ai modelli dominanti del suo tempo. Arcaismi, neologismi, dialettalismi, citazioni, registri popolari e brusche cadute nel comico convivono con una radicale tensione intellettuale e con un gusto costante per il paradosso, la parodia e lo scandalo. Non a caso Gianfranco Contini lo avrebbe definito il «Carlo Emilio Gadda della Nuova Italia».
Accanto alla narrativa, Imbriani svolse un importante lavoro di studio e raccolta della letteratura popolare: pubblicò, fra l’altro, La novellaja fiorentina (1871), I canti del popolo meridionale (in due volumi, 1871-1872) e La novellaja milanese (1872). Questa attenzione per la pluralità viva delle lingue e delle forme popolari si riflette anche nella sua prosa letteraria, nella quale l’italiano colto viene continuamente attraversato dal proverbio, dall’invettiva, dal dialetto e dalla citazione.











