Fabio Pusterla per «Il punto in cui si perdono le voci» di Gianluca Mantoani
Il punto in cui si perdono le voci
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| autori: | Gianluca Mantoani |
| formato: | Libro |
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Scrive Gianluca Mantoani nel suo blog
Poco più di un mese fa, un corriere mi consegnava la robusta scatola con alcune decine di copie di “Il punto in cui si perdono le voci“ (Ed. La Vita Felice, 2025). Sollevare e spostare quel pacco è stato quindi il primo segno inequivocabile che davvero quelle poesie erano uscite dalla mia immaginazione per entrare nell’ambito delle realtà materiali e condivise.
Nel novero delle cose che non supponevo potessero fare analogo percorso (uscire dalla mia immaginazione per fare ingresso fra le realtà condivise) c’era anche l’eventualità che un poeta come Fabio Pusterla potesse leggere la mia raccolta e poi esprimersi in merito con considerazioni lusinghiere. Tuttavia, mettendo da parte timori e ritrosie gli ho scritto e glie l’ho inviata, perché lo stimo, da tempo amo molto il suo lavoro e comunque, in fondo al cuore, un pochino ci speravo. E in effetti, con la cortesia e la cura che lo contraddistinguono, Pusterla effettivamente l’ha letta e mi ha risposto con la lettera che riporto qui di seguito (con il suo permesso):
Caro Gianluca Mantoani,
le scrivo per dirle che ho letto in questi giorni Il punto in cui si perdono le voci, con molto piacere. Bella la prefazione di Patrizia Camedda, splendida la sua pagina introduttiva su Emmerico Boso, e molto belle le poesie. Mi hanno colpito, durante la lettura, molte cose; intanto, a partire da Emmerico Boso e dalle frequenti emersione degli “antenati”, ho ripensato a un filone della psicanalisi di cui mi ha parlato a lungo un’amica alcuni mesi fa, cioè la psicogenealogia. Non che io sia un esperto di queste cose, ma ero rimasto affascinato dall’orizzonte che si schiudeva, e che appunto mi sembra di ritrovare nel suo libro; associato all’altro grande filone, quello antropologico, a cui lei fa spesso ricorso. In entrambi i casi, mi pare che l’immaginazione (intesa nel suo senso più alto: quello di Wallace Stevens, che lei giustamente richiama) riesca ad aprire molte finestre, che non fanno dimenticare affatto la realtà concreta in cui viviamo o sopravviviamo, ma che la rendono più vasta e forse più abitabile. È questo che accade nei suoi testi; e potrei fare molti esempi, ma mi limito (perché purtroppo questo continua a essere un periodo tormentoso, come le accennavo qualche giorno fa) al bellissimo Colle del Piccolo San Bernardo: in cui la resa, che è dell’antenato come nostra, diventa anche, oltre che “invisibile”, “infinita”, e ciò che forse conta maggiormente è l’idea di “transito”. E alla pagina seguente, Ali, sui sentieri alti è addirittura vertiginosa, nella sua escursione attraverso i tempi.
Mi dispiace non poterle scrivere più a lungo, ma spero che queste righe si possano leggere come ringraziamento e incoraggiamento.
Un caro saluto e un augurio
Fabio Pusterla
Oltre l’apprezzamento sulla prefazione di Patrizia Camedda (che continuo a ringraziare, fino a quando se ne stuferà lei stessa) e sulle poesie, molto gratificante è il rilievo:
“…mi pare che l’immaginazione (intesa nel suo senso più alto: quello di Wallace Stevens, che lei giustamente richiama) riesca ad aprire molte finestre, che non fanno dimenticare affatto la realtà concreta in cui viviamo o sopravviviamo, ma che la rendono più vasta e forse più abitabile. È questo che accade nei suoi testi“
Costruire con le parole un ponte fra realtà ed immaginazione, un ponte che cerchi di rendere più vasta e abitabile la realtà, questo è davvero un importante programma di lavoro, oltre che un grosso complimento, del quale ringrazio di cuore Fabio Pusterla.
Riporto qui il testo di una delle poesie citate nel commento:
Colle del Piccolo San Bernardo
Ogni transito per queste montagne
è comunque il passo di un antenato
la sua scarpa sul posto di frontiera
l’infinita sua, invisibile, resa.














