Note di lettura per «Alfabeti dimenticati» di Linda Mavian
Alfabeti dimenticati
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| autori: | Linda Mavian |
| formato: | Libro |
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* Su Italian poetry, 11.12.25 segnalazione del volume
* Su Sentieri di Cartesensibili, 24.12.25, Lucia Guidorizi scrive
Ci sono libri di poesie che ci colpiscono per la loro essenza immateriale, sottile, grazie al ritmo musicale ed evocativo che li caratterizza: divengono così compagni di viaggio, di cammino, oracoli frammentari ed enigmatici al pari delle profezie che la Sibilla delfica scriveva sulle foglie di alloro. La poesia di Linda Mavian procede in levità rammemorante, ricca di indizi, tracce, sequenze filmiche che sconfinano nel sogno. La sua voce è sommessa, ma radicata nella profondità della sua ricerca, sempre tesa a cogliere le sottili sfumature del vivere. La sua parola germoglia da un silenzio ricco d’intensità, predisposta a recepire tracce leggere, segni impressi nel cielo, sull’acqua e sulla sabbia.
Alessandro Scarsella, nella sua intensa prefazione, a proposito della poetica dell’autrice scrive:
“L’autenticità è altresì l’antidoto all’evanescenza, fatalmente conseguente a una posizione tanto radicale. La palpabilità sfuggente del libro e della collezione di sabbia di Borges e di Calvino, finestre che si aprono e si chiudono come obbiettivi impossibili, è speculare alla ricerca all’infinito di un libro a partire dal ricordo della sua copertina. Chi scrive parla anche per esperienza personale. La sabbia contempera la natura solida e quella fluida: analogamente il latte, altro motivo ricorsivo in Mavian, unisce materia solida all’acqua. Occorre evidentemente tener aperto uno spiraglio di movimento, avere le ali ai piedi come Ermes, inventore della lira che Apollo donerà ad Orfeo: mai fermarsi, ricominciare dal passo leggero di Ermes, dopo la risalita solitaria dagli Inferi alla Via Lattea.”
La scrittura poetica di Linda Mavian si muove leggera come la stoffa di cui sono fatti i sogni, in un movimento musicale che intreccia mito, leggenda, visione e al tempo stesso è perfettamente aderente alla realtà pregna di enigmi che è la vita stessa, nel suo svolgersi misterioso come in questa poesia che apre la raccolta:
avevo una stanza
nel labirinto del palazzo
ogni libro con una lettera e un numero
poi cosparsi di cielo scomparivano nel buio
ero felice quando giungevo
a un giardino
ai suoi acri di azzurro
a rimare con l’eco della bellezza del mondo
La raccolta è pervasa dalla ricerca e dal desiderio di decifrare lettere, carte geografiche, libri smarriti, parole criptiche da interpretare, dialoghi sospesi, canzoni dimenticate, alfabeti obliati, echi non ancora dissolti ancora vibranti tra le pagine. In questa ricerca qualcosa rimane sospeso, provvisorio, insoluto e l’indagine rimbalza volgendosi verso il lettore.
La silloge si divide in quattro sezioni: “Trascrizioni”, “Vocali di pioggia”, “Nella pagina seguente”, “Titoli di coda”
Carte geografiche di confini scomparsi
una linea di foglia un labirinto di bosso
le correnti del mare
oceano calotta polare
ho preparato mescolando l’acqua
un colore di sabbia
che evapora presto
ora lo devi vedere
ora lo posso sognare
In un dipanarsi labirintico, si giunge alla seconda parte, in cui la poetica del frammento risuona nei versi, tratti di vita, momenti, istanti che si avvicinano e si allontanano, al pari della marea o simili a frames di un video
la nostra scrittura era uguale era diversa
un’affinità elettiva che si è persa
il sole trasversale illuminava
la polvere alla finestra
oggetti antichi avevano
colori così vivaci
sembrava un’incongruenza
fuori l’immagine di un giorno pieno
l’azzurro del cielo il ronzio nel fieno
ma era bello restare nella stanza
tingere il pomeriggio
del colore dell’inchiostro
sarei poi uscita
per unirmi a loro
I versi di Linda Mavian sono pervasi da una musicalità intrinseca che celebra la percezione del momento che si dissolve come zucchero nell’acqua. Il suo è un procedere evanescente, con la grazia pensosa di chi sa accogliere luci ed ombre e decifrare impalpabili tracce.
chiudo gli occhi la stanchezza
si trasforma in sogno
le conversazioni non ricordate
si sciolgono come un lavoro a maglia
gli anelli dei punti tornano a essere
un filo di lana
L’ultima sezione della silloge, “Titoli di coda” ci rimanda al linguaggio cinematografico, evocando immagini che si allontanano, stati d’animo sospesi, sottofondi musicali, l’orlo della sera che si sfilaccia, lasciando sospeso e inconcluso un commiato
ero fuori nella stazione
incerta dei posti dovevo
riuscire a trovare baci di addio
la musica suonava una suggestione sorridente
pretender the great
arcate di lunghi ponti borderline
scioglievano l’orlo della sera
si attendeva qualcuno per ricucirne il bordo
Alfabeti dispersi nel tempo si ritrovano in queste pagine, intessute di versi brevi, ma di ampio respiro. I colori che affiorano come inchiostri magici tra le righe sono l’azzurro, il verde e il bianco, colori che appartengono alla terra e al cielo. Piccole comparse di fiori, di principesse indiane, usignoli e città sabbiose scandiscono le pagine che si aprono con un giardino e si concludono con l’inizio di un viaggio.
in questi ruscelli di pioggia
bere un sorso del giorno
aprire il libro del perdono
lo sfoglia il vento
con il suo messaggio
pilgrim ha un bel suono
per iniziare il viaggio
in fondo siamo tutti pellegrini che attraversano regioni, città, paesi, lasciando che le cose si avvicinino, si allontanino mentre il nostro sguardo continua ad errare, cercando di ritrovare, oltre l’orizzonte, parole di linguaggi dimenticati che ancora riverberano in noi.













