Il sapore ferroso dell'abbandono
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Nella sua silloge d’esordio Patrizia Camedda traccia, attraverso un linguaggio immaginifico dalla forte connotazione sensoriale, un itinerario lirico teso a indagare la topografia dello sradicamento, l’inciampo nelle lacune di senso e l’affaccio della possibile rinascita di un’umanità in crisi, a cui l’Io poetico presta voce e sguardo, che si muove in una geografia dei luoghi e dell’anima dalle fattezze inospitali e distopiche. In questo mondo riassunto in fotogrammi cupi di periferie industriali abbandonate si apre però un varco luminoso, a ricordare che anche dove tutto sembra morire, qualcosa verdeggia «al margine dell’ombra».
La cifra stilistica di queste poesie è racchiusa nella sintesi equilibrata tra rigore formale e vivace espressività depurata da compiacimenti estetizzanti, che si traduce nella crudezza e nella musicalità del dettato (simile al rumore di fondo della città), ma anche in una ricerca costante di matericità e consistenza sensoriale.
Leggere queste pagine aiuta a riconciliarsi con le «cicatrici» che la perdita di un mondo dai tratti familiari ha impresso sul volto di ognuno di noi, che sia il microcosmo popolato dalle nostre vicissitudini interiori o il reticolo intricato che abitiamo insieme ai nostri simili, in una precaria linea temporale interrotta da eventi che ne sconquassano l’orizzonte, e a ricordare che non siamo destinati a diventare rovine, siamo piuttosto «ciò che resta/ e resiste», imparando a rinnovarsi.
dalla prefazione di Silvia Rosa Fotografie di Antonio Salerno a Maria e Luigi, mie radici; alla mia città chimica dormiente Quarta di copertinaAi marginiCapannoni vuoti scheletri d’acciaio che il vento attraversa come un vecchio fantasma. Sul retro di una fabbrica morta un vecchio motore gratta e la voce stanca di un uomo impreca sul diesel e c’è odore di caffè bruciato che scende lento dalle scale di un palazzo. Non siamo rovine siamo ciò che resta e resiste. Indice testuale5 Prefazione di Silvia Rosa
Il sapore ferroso dell’abbandono 13 Non c’è cura Ombre smarrite 17 Un sole acrobata guizza 18 Schegge di rocce laviche
19 Come se non ci fosse
20 Tracimo dagli occhi stanchi
21 Marciapiedi rattoppati
22 Sono io l’intrusa
Memorie 25 Sulle dita
26 Fondotinta opaco
27 Un canto antico
28 C’è un muro che piange
29 La mia città chimica
30 Ho attraversato in dodici passi
31 Cristalli d’ombra e piccole lame
32 Sassi e polvere
33 Ho trovato rifugio
34 Notti che sfuggono
35 Ci sono volti sui muri
36 Un ronzio sordo si annida tra i pilastri
38 Se il vento scolpisse ombre
39 Mi perdo nel reticolo di strade
La città e il tempo
43 Sui bordi restano
44 C’è un odore acre nell’aria
45 Cemento vivo
46 Ai margini
47 Ho visto bambini disegnare
48 Tra i resti
50 Un vecchio suona un’armonica
Risveglio fragile
53 Abbiamo traversato terre aride 54 Addentrarsi nel parco urbano
55 Danzo
56 Lo stormo puntiforme s’appoggia sull’azzurro
57 Pioggia d’autunno sui margini di tempo
58 Oggi piove intero
59 Lo spessore di un ciglio
60 924 giorni
61 Ho raccolto i semi
Congedo
65 Controcanto
66 Ho contato i passi
67 Senza direzione certa
68 Mi sono congedata più volte
69 Lascio un’ombra sulla strada
70 Non è successo niente di preciso
71 Il giallo dei limoni Biografia dell'autorePatrizia Camedda è nata a Torino (1968) e vive a Settimo Torinese. Psicologa, psicoterapeuta, psicologa scolastica, progettista sociale, formatrice si occupa di teatro sociale come attrice non professionista, conduttrice di laboratori di teatro come terapia complementare. Scrive poesie come atto curativo, voce di comunità e impegno sociale, atto auto-curativo e trasformativo in istituti penali. Ha svolto attività giornalistica per periodici locali e ha partecipato all’organizzazione di numerosi eventi culturali. Fa parte del direttivo dell’Associazione Culturale “Periferia Letteraria” di Torino.
Ai margini
Capannoni vuoti scheletri d’acciaio che il vento attraversa come un vecchio fantasma. Sul retro di una fabbrica morta un vecchio motore gratta e la voce stanca di un uomo impreca sul diesel e c’è odore di caffè bruciato che scende lento dalle scale di un palazzo. Non siamo rovine siamo ciò che resta e resiste. |
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Prima di essere pubblicato, dovrà essere approvato dalla redazione.
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