Gli svaghi di un ferito di guerra
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Il ferito di guerra – e siamo nei giorni successivi alla Seconda guerra mondiale – deve pur far passare il tempo. Come, peraltro, chi ne racconta – ferito in un’altra guerra dove le armi fondamentali sono la memoria e, tramite impietosa detection, l’arte di rabberciarne le lacune alla bell’e meglio, nel tentativo di essere socialmente accetto.
Si tratta di un “romanzo familiare”, per un verso, e, per un altro verso, di una riflessione sul tempo e sul modo con cui applichiamo la categoria di “stesso”: a sé, agli altri, alle cose, a ciò che ritagliamo mentalmente come momenti di storia nostra e a ciò che, non senza vanitosa presupponenza, attribuiamo ad altri. Quarta di copertinaE poi ci sono la seconda e la terza lettera: mai si ripete, a così breve distanza l’una dall’altra, la medesima parodia – sarebbe come ripetersi nel raccontare una barzelletta due volte alla stessa persona con un minimo intervallo temporale. No, nonostante firmi come “Enzo” e nonostante entrambe le lettere siano annoverabili nella letteratura di corteggiamento – un corteggiamento molto rattratto, peraltro –, penso che i loro rapporti, in quel momento, fossero ancora sul chi vive.Indice testualeGli svaghi di un ferito di guerra5 Gli svaghi di un ferito di guerra. La categoria di “stesso” applicata alle misure temporali 55 Dodici zeppe 109 La zeppa mancante Biografia dell'autoreFelice Accame (1945) è docente di Teoria della Comunicazione presso il Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio, presiede la Società di Cultura Metodologico-Operativa e dirige methodologia.it. Fra le sue opere principali: La funzione ideologica delle teorie della conoscenza (2002), Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica (2015) e Il dispositivo estetico e la funzione politica della gerarchia in cui è evoluto (2016). Per i tipi de La Vita Felice ha pubblicato: I fioretti metodologico-operativi ovvero La lieta novella da Montecchio Maggiore (2014), Lettere di Antonio Pizzuto a Felice Accame. Annotate e commentate dal destinatario (2017), «Giovinezza nostra» o della poesia presso i gesuiti (2021) e i primi quindici volumi del Diario inconsapevole della caccia all’ideologico quotidiano - da L’anno 1986 a L’anno 2000 (dal 2019 al 2026).
E poi ci sono la seconda e la terza lettera: mai si ripete, a così breve distanza l’una dall’altra, la medesima parodia – sarebbe come ripetersi nel raccontare una barzelletta due volte alla stessa persona con un minimo intervallo temporale. No, nonostante firmi come “Enzo” e nonostante entrambe le lettere siano annoverabili nella letteratura di corteggiamento – un corteggiamento molto rattratto, peraltro –, penso che i loro rapporti, in quel momento, fossero ancora sul chi vive.
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