Mestiere
|
€ 17,10 invece di € 18,00
EUR
Spedito in 1 giorno
|
| Descrizione |
|
Uscito a Berlino nel 1923, Mestiere raccoglie le poesie scritte da Cvetàeva tra il 1921 e il 1922, nel durissimo periodo che precede l’esilio della poetessa (dal maggio 1922), segnato da tragedie sia collettive sia personali: la carestia, lo scontro tra Bianchi, Bolscevichi e Rossi, la morte di stenti della figlia Irina in un orfanotrofio. È il primo libro assolutamente maturo e di ampio respiro della Cvetàeva. Nonostante le date, solo in alcuni di questi versi si riflette la Rivoluzione russa, rappresentata come un’invasione dei Tatari.
Ma i temi principali delle sue poesie sono l’odio per la malinconia e la pesantezza della vita reale e l’amore per un principio diverso, meraviglioso, nel mondo, in riflessioni che sviluppano una visione filosofica dell’esistenza. Giocano un ruolo di primo piano in questa raccolta il linguaggio popolare autentico, i motivi delle “radenija” (“estasi”) dei “chlysty” e i canti slavi, dei quali Cvetàeva è riuscita a rendere lo spirito con vitalità, policromia e musicalità straordinarie.
Quarta di copertinaDa quando tu manchi non sono imbellita!
Non ti arrabbierai per le mani mie rudi,
che afferrano il pane ed il sale?
– Il callo di lavoro dei compagni!
O, non si fa bello per l’incontro l’Amor – Parlar semplice non t’indisponga –
di disprezzarli non ti consiglierei:
è la lingua di fuoco della cronaca.
Sei deluso? Dillo senza paura! È lo Spirito – sradicato da amicizie
e legami. – Nel caos di àncore e speranze
d’intesa lacuna irrimediabile!
23 gennaio 1922 Indice testuale5 Nota alla traduzione Учени́к Марина Разлу́ка Гео́ргий Biografia dell'autoreMarina Cvetàeva (Mosca, 1892 - Elabuga, 1941) è stata una delle voci più originali e sofferte della poesia russa del Ventesimo secolo, esponente di spicco del movimento simbolista. Il regime staliniano osteggiò i suoi scritti, soprattutto quelli che glorificavano la lotta anticomunista dell’Armata bianca, in cui militava il marito Sergej Ėfron. Nel 1922 si trasferì prima a Berlino, poi a Praga, e nel 1925 a Parigi. Tornò a Mosca insieme al figlio Georgij nel 1939, con la speranza di ricongiungersi al marito (ormai arrestato e fucilato) e alla figlia Ariadna, rientrata a Mosca nel 1937 e subito spedita in un campo di lavoro. In uno stato di estrema povertà e isolamento dalla comunità letteraria, il 31 agosto 1941 si tolse la vita. La riabilitazione delle sue opere avvenne solo a vent’anni dalla sua morte. Da quando tu manchi non sono imbellita!
Non ti arrabbierai per le mani mie rudi,
che afferrano il pane ed il sale?
– Il callo di lavoro dei compagni!
O, non si fa bello per l’incontro l’Amor – Parlar semplice non t’indisponga –
di disprezzarli non ti consiglierei:
è la lingua di fuoco della cronaca.
Sei deluso? Dillo senza paura! È lo Spirito – sradicato da amicizie
e legami. – Nel caos di àncore e speranze
d’intesa lacuna irrimediabile!
23 gennaio 1922 |
Chi ha visto questo prodotto ha guardato anche... |
Prima di essere pubblicato, dovrà essere approvato dalla redazione.














